2/7/21

GNOMI E GENTE ALTA DI MONTAGNA - Il falegname che veniva dal mare

Questo racconto é dedicato a 

MICHELE RIMASSA, falegname ad Ollomont, e a Simona Oliveti

 Il FALEGNAME CHE VENIVA DAL MARE


Ho teso corde da campanile a campanile, 

ghirlande da finestra a finestra 

catene d’oro da stella a stella, e danzo.

(Arthur Rimbaud)


J'ai tendu des cordes de clocher à clocher ; 

des guirlandes de fenêtre à fenêtre ; 

des chaînes d'or d'étoile à étoile, et je danse.

(Arthur Rimbaud)

Il tutto iniziò nella Valle di Ollomont e, per quanto ci è dato conoscere intorno a questi fatti, non è detto sia finita.

Alcune piccole creature boschive seguono il rû du Mont che ha inizio a Vaud per poi percorrere la collina della riva destra di Ollomont e, infilandosi in una galleria, sbucare nel comune di Doues e viceversa.  

Altri tra loro lasciano le rocce ed i ghiacci del Grand Combin, loro silente e magnanimo custode, lassù a 2000 metri di altitudine, dove il loro sguardo può spaziare fra gli alti pascoli e le cime innevate del Mont Velan, del Grand Combin e del Mont Gelé, passano la Fenêtre Durand, scendono dai pascoli fino ai villaggi di Glacier  e Vaud. 

L’abbé Henry sostiene che in passato la Fenêtre Durand fosse stata un colle militare, in quanto questo passo veniva utilizzato dagli abitanti della Val di Bagnes che cercavano di sottrarre agli "Ollomoeins" i pascoli di By.  

A Vaud di Ollomont gli gnomi ricordano alcune delle case più antiche della Valpelline, a Rey la  scoperta della miniera che risale, ai primi anni del 1600; dice una leggenda popolare che sia stato un contadino a scoprire il rame mentre stava zappando il terreno scambiando per oro alcune rocce giallastre, inutile dire che gli gnomi ne rivendicano la scoperta. 

Qui, dove lo spirito si eleva ad imitare la montagna, quando il giorno si avvicina a passi ormai decisi, tutta la valle è un grande lago riflesso e i tocchi delle campane vi affiorano come cristalli di neve estiva, qui l’’anima sola, distante e altera, in alto, si appresta ad un silenzioso colloquio col sole, qui si inizia a raccontare.

Qui dove è nato, figlio delle cime ancor più che dei boschi, lo gnomo Morion. 

Uno gnomo silenzioso, c’è chi dice altero, riservato sebbene per nulla timido o pauroso, anzi i più tra chi conosce lo direbbe piuttosto impavido. Morion è animato dalle alte creste, i moti del suo spirito di creatura montana ne seguono l’andamento frastagliato, sopra ogni cosa egli ama la libertà. 

Dicono non sia così difficile vederlo nella comba di Faudery, stretta tra le catene del Morion e dell’Aroletta, catene aspre e nere, un luogo dove cadono sassi che lui raccoglie ed esamina, riconoscendo quelli venuti da molto lontano, quelli di Annibale, come li chiama scherzosamente lui. Spesso però sale sul Morion, il più bel tridente delle Alpi e lì diventa introvabile.


continua 

⇩⇩⇩

Fu quando doveva scendere verso il bosco, intorno al villaggio di Glacier che si mise a cercare uno gnomo a cui soleva portare pietre raccolte sulle cime in cambio di resine che lassù in alto usava per lenire le contusioni che gli stambecchi a volte si procuravano sulle rocce. Non gli fu facile trovarlo però.

Pignetto, uno gnomo vivace e, secondo alcuni suoi simili, un pò chiassoso da qualche mese faceva ancor più spesso la spola dal villaggio al bosco. Il percorso era lo stesso, ben camuffato e sicuro, tant’è che, ad eccezione di un paio di gracchi alpini particolarmente gregari, nessuno si era accorto di questa sua nuova e quasi frenetica attività.

Dovete sapere che Pignetto era già piuttosto impegnato nello studio delle conifere e nell’approfondire con metodi più o meno ortodossi, le proprietà delle pigne; quante ne avesse raccolte, cotte, distillate, seccate, triturate, immagazzinate era divenuto ormai argomento leggendario più che semplice computo.

Aveva anche una predilezione particolare per la resina quando si trovava a dover lenire qualche dolore. Impacchi, infusi e pomate a base di resina… un’ energica frizione, una lozione o un buon bagno a base di gemme di pino.

“I bagni di vapore, una sauna, a base di gemme fanno mirabilia. Tante e tali sono le virtù delle loro dilette piante!” andava fiero dicendo per la valle portando sempre con sé una pigna, ragion per cui infatti tutti lo chiamavano Pignetto, lui a volte precisava che gli alberi lo chiamavano con un altro nome, ma era questa una questione del tutto privata. 

Furono però le voci dei pini e degli abeti a suggerirgli di portare i suoi peregrinaggi nel villaggio verso una piccolo laboratorio di cuore e di mani, dove i legni oramai vecchi e stanchi venivano curati, rincuorati e ripuliti dal peso del tempo per tornare a vivere. 

Dovete sapere che le impronte che uno gnomo lascia dietro di sé sono davvero precise, sempre che voi riusciate a vederle o riconoscerle, fatto non scontato data la loro abilità nel mascherare ogni segno di passaggio. Per non lasciare tracce, lo gnomo si serve con intelligenza di muschio e di aghi di pino per cancellarle. A volte poi, fuori dalle case o nei pressi dei paesi girano in circolo e ripercorrono il cammino fatto. Se sospetta di essere osservato, o peggio ancora, seguito sparisce al primo angolo o incrocio di vie o sentieri. Spesso, dovendo attraversare un terreno scoperto, lo gnomo si serve di un’impronta di zampe d’uccello ben posizionata sotto le suole, perciò quando pensate che fuori dalla porta abbiano zampettato dei pettirossi…ma non divaghiamo.

“Oggi non si trova Pignetto?” chiese con tono tra il serio e lo stupito Morion “Non si trova? Ho delle pietre…”

Il gracchio lasciò cadere alcune bacche di ginepro e alzò la testa, il becco giallo che brillava per contrasto sul nero delle penne : “ Bisogna sempre guardare con attenzione vicino alle porte delle case più giù al villaggio, ci va spesso, poi ritorna, poi ci va ancora…” e riprese le bacche nel becco.

Pignetto infatti era al villaggio, anzi oltre, a Voueces, dove da tempo finiva sempre le sue esplorazioni come l’ago della bussola finisce sul Nord. Fuori da una finestra passavano il soffio del vento e le parole leggere, si fermava a volte uno gnomo curioso.

Guardò dentro, lasciò una pigna appena fuori la porta. Poi sparì .

Ma dopo un breve movimento in circolo ci ritornò. Riguardò dentro.

C’erano delle mensole con sopra sagome di legno che avevano la capacità di ascoltare, quella che nel mondo era quasi ormai finita, tanto nessuno pensava più che fosse utile. 

Sparsi qui e là dei legni accoccolati uno accanto all’altro, felici ed addormentati, una sedia, gli attrezzi da falegname; c’era la manualità che si era rifugiata lì, la capacità di costruire oggetti che la gente aveva perduto. 

Sparse qua e là tante cose fatte a mano che non interessavano quasi più a nessuno tanto era l’abitudine alle cose fatte in serie e tutte uguali.

L’amore per le cose belle e per l’arte stava nei cassetti, non erano ancora tutti pienissimi ma si capiva che la fretta e l’abitudine a non osservare delle persone li avrebbero riempiti presto. 

“Che posto meraviglioso è questo?” si domandò Pignetto “shh…silenzio…le cose parlano e qui qualcuno le ha ascoltate…” sussurrava tra sé lo gnomo. Osservava incuriosito, gli cadde la pigna di mano accanto ai piedi, quando una voce conosciuta dietro di lui attirò la sua attenzione.

“Da quando gli gnomi si vanno a cercare nel bel mezzo dei villaggi?” chiese Morion al piccolo gnomo delle pigne.

“Voi gnomi dei ghiacci e delle pietre, sempre ad andar per luoghi impervi…quaggiù c’è del bello, vieni a vedere. Mi hai portato delle belle pietre?”

Morion mostrò un paio di pietre racconte sul monte paterno, facendo solo un cenno con la testa.

“Da dove viene quella?”-  chiese ancora Pignetto -  “Dall’Africa” - fu la breve risposta.

“Mi piace!” esclamò lo gnomo boschivo tirando fuori dal suo tunicotto verde un un piccolo fagotto di tela dove custodiva gelosamente un antico rimedio nonno, un unguento fatto con cera d’api e resina di larice mettere su ferite e sbucciature, evitando spiacevoli e dolorose infezioni.


Lo scambio fu presto fatto, umile segno che si può sempre imparare dagli altri ciò che non si ha.

“Entriamo!” Il piccolo gnomo raccolse la pigna e la legò alla punta del berretto, poi riprese in mano il suo bastone e si avviò verso l’entrata: “Vieni, su! Non star lì fermo come un sasso”.

“I sassi rotolano, non stanno fermi. E lì dentro ci sono uomini…”

“C’è un falegname…andiamo.”

“Un uomo appunto.” ribatte serafico e fermo sulla sua posizione Morion.

“Un falegname non è proprio un uomo, sai, è diverso. Quelli laggiù sono gli uomini che intendi tu, questo è diverso, lui cura i legni, non butta via le cose ancora nuove. I legni erano alberi e gli alberi gliene sono grati del fatto che li rimette in piedi. Capisci bene che è ora che impari a fare delle divisioni nei tuoi giudizi.”

Morion non pareva esserne convinto, lui era uno gnomo che vedeva il mondo nei sassi, riconosceva se quando cadevano si spostavano semplicemente o se si fossero buttati a valle per qualche disperazione, oppure ancora se la montagna stessa se li stesse scrollando di dosso ed essi impotenti, non trovando appiglio, cadevano, alcuni rancorosi, altri rassegnati, altri speranzosi di cambiar vita e finire in un ruscello.

Sapeva ascoltare Morion ma faceva come l’albero, che cambia le foglie e conserva le radici. Cambiava le sue idee e conservava i princìpi. 

Pignetto con un balzo che pareva un merlo dal collare entrò. Morion fece appena pochi passi avanti e si fermò sulla soglia, all’angolo, si sistemò i calzettoni ed il berretto grigio, accarezzò la barba e stette in silenzio, nel frattempo con il tipico entusiasmo che spesso contraddistingue alcuni gnomi, Pignetto si avvicinò  e si mise a curiosare.

Ora potreste immaginare un momento, come minino, di stupore da parte del falegname, intento al suo lavoro nel trovarsi di fronte una creatura saltellante di qualche centimetro di altezza. Ma non fu così. L’uomo fece un cenno di saluto con la testa, abbozzò un sorriso e fece segno allo gnomo di accomodarsi.

Esattamente accadde il contrario di quanto si sarebbe potuto prevedere, fu Pugnetto a rimaner stupito.


Alle spalle del falegname, con sguardo un pò sornione, stava seduto su di una credenza uno gnomo intento a far di maglia. Pignetto sgranò gli occhi da sotto il berretto, scosse la testa per esser sicuro di vederci bene, si voltò verso l’entrata a guardare Morion che rimaneva fermo, accarezzava la barba e annuiva commentando a bassa voce: “Gnomi…gnomi del focolare…”

Pignetto tornò a guardare lo gnomo sulla credenza: “Mischabel????” disse sottolineando il tono interrogativo. Gli gnomi di  una zona o di un luogo, si sa, si conoscono tra loro.

Mischabel ormai una montagna di decenni or sono, era venuto dal Monte Dom, in Svizzera, passata la Fenêtre Durand, e aveva scelto la Valle di Ollomont dove passare i suoi anni.

Sferruzzava già da giovanissimo e prima di lui suo nonno e il nonno di suo nonno, gnomi dall’andare lento che lavorano a maglia per tutta la loro vita. 

Un’ attività apprezzata e consolidata, divenuta quotidianità. Lavorano incessantemente ai ferri, anche camminando per sentieri, mentre si recano a raccogliere mirtilli. Il un mondo lontano, questo antico mestiere aveva il pregio di far riscoprire le tradizioni del passato, ora di ricercare la lentezza in una società a volte troppo frenetica.

Mischabel era uno gnomo amante del silenzio, non a caso aveva scelto un luogo che così tanto gli si confaceva, lì non approdavano orde di umani  urlanti e distratti, quelli che come una marea che sale risalgono fin su le montagne d’estate e travolgono tutto. Lì chi passava spesso sapeva fermarsi a guardare, come quelle onde più alte che arrivano solo ogni tanto ma che lasciano le conchiglie più belle a riva, portavano sogni e ne raccoglieva qua e là. Alcuni si fermavano e allora su quella riva in bilico tra cielo e terra gli scogli prendevano la forma delle rocce, la sabbia di muschio, la schiuma diventava neve e l’acquamarina finiva a colorare il verde dei larici.

Fu Mischabel a dire del falegname, perché amando il silenzio  si sentono meglio le storie che crescono intorno e si possono raccontare, quel falegname che era venuto da mare perché vivere è come lavorare il legno, bisogna pulire, tagliare, limare, tirare via quel che non serve, per vedere l’essenza che c’è dentro, poi lo si deve lasciare stare se stesso, non farlo uguale a tutti gli altri pezzi. Forse, in un giorno di tramontana scura, il vento correndo giù dalle Alpi come un capretto di camoscio, sbattendo nuvole qua e là gli aveva rubato il cuore e lo aveva portato nella valle nascosto nella neve, lasciandolo cadere lì come faceva con i fiocchi sulle spiagge. 

Chi può dire se siamo noi a scegliere i luoghi e se essi avevano già scelto noi…

Pignetto, preso dal racconto, saltò su una mensola e si mise ad ascoltare tra le sagome di un cuore e di un uccellino di legno, non aveva mai visto il mare, ma in fondo non ci teneva molto, lui, senza i suoi pini e abeti, non poteva vivere nemmeno un minuto. Morion nel frattempo si era seduto in un angolo, con una mano accarezzava un legno lavorato mentre annusava l’aria, le novità, quando non lo infastidivano, erano per lui materia di prudente ma seria indagine. Anche lui non aveva mai visto il mare, per un momento fu colto da curiosità, poi pensò che anche lassù da dove veniva lui, davanti agli occhi si apriva una distesa di azzurro ed i venti muovevano le nuvole come onde.

Mishcabel finì il suo racconto: “ Se gli chiedete perché vive nelle montagne azzurre,

sorride e non risponde, ha il cuore tranquillo. Gli aghi di pino se ne vanno lontano, galleggiando leggeri sul torrente poco distante. È un altro mondo, diverso da quello degli uomini.”

Morion si rialzò, con l’aria di chi aveva appreso qualcosa, poi prese per un attimo la parola: “Thoules… consentitemi una piccola divagazione, voi gnomi che abitate nel vallone delle Acque Bianche, lungo la via che sale alla Finestra Durant, perché la mia mente resa leggera dalle brezze alpine mi porta là, a Thule… Quel luogo lo ricordate ancora? Tramandato dalla storia e dalla leggenda, da sempre, quella terra lontana. 

Non chiedetemi ora, gnomi montani, allietati dalle albe che calme si svelano tra le creste, cosa sia veramente Thule, non lo ho dimenticato, forse siamo destinati a non scoprirlo mai, terra sperduta e dimenticata nei ghiacci del nord. E queste vallate ora nude, scabre, popolate da stambecchi, la evocano istintivamente…”

Poi se ne andò, senza dir altro, il suo contributo alla stravagante riunione era stato più che sufficiente per il suo modo di vedere le cose.

Pignetto tornava spesso a far visita, per non dire che quasi tutti i giorni portava qualche pigna o lasciava sacchetti di aghi di abete e si  sistemava su una mensola ad osservare il lavoro del falegname ed ascoltare i racconti di Mishcabel, prima di far ritorno nel bosco.

Poi, qualche volta, quando scendeva la sera e la giornata con i suoi attimi si avvicinava, furtiva e silenziosa, verso le entrate delle case, come un gatto, ospite abituale, leggero e quasi invisibile e un cerchio di luce illuminava un angolo di finestra, tra le ombre che si avvicinavano e che circondavano le porte, insinuandosi liquide fra i muri, si sentiva un fruscio. Forse il gatto. 

Le immagini si possono far sbiadite ed i suoni dimenticati, ma essi si affacciano per accompagnare una nuova creatura che bussa alla porta…? Sciogliamo ogni dubbio, era uno gnomo, lo gnomo che veniva dalle vette rocciose di quando in quando a visitare i legni ed il falegname…

In questo selvaggio angolo di montagne, gli gnomi, ascoltando attentamente il rumore del vento misto allo scrosciare delle acque, possono udire una voce sottile, a tratti un mormorio, un canto silenzioso che si imbriglia tra i rami degli alberi e danza tra le rocce rimbalzando sui fiori…è la voce della fata delle acque, dei ru e dei laghi…

Viandanti, pellegrini o semplici passanti, se vi trovate ad attraversare questa valle passate a vedere l’arte del falegname che veniva dal mare, Mischabel side nel suo focolare ma è Morion che la sera lo va a visitare.


Due voci possenti ha il mondo: la voce del mare e la voce della montagna. 


William Wordsworth

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