3/14/21

MONTAGNE DI UNA VITA

 LETTURA SU WALTER BONATTI


MONTAGNE DI UNA VITA
di
WALTER BONATTI

Walter Bonatti, eroico alpinista d’Italia e del mondo, è morto il 13 settembre 2011. Poche ore prima sulle Aiguilles du Dru, le due cime versante settentrionale del Monte Bianco (il Grand Dru a 3.754 metri e il Petit Dru a 3.733 metri) si erano verificate due grosse frane che hanno riversato a valle migliaia di metri cubi di roccia, alzando un grosso polverone in tutta la vallata. Erano le montagne di Bonatti che nel 1955, a metà agosto, dopo due tentativi bloccati dal cattivo tempo, in sei giorni scalò in solitaria il pilastro sud-ovest del Petit Dru, restando in parete per sei giorni: è considerata un’impresa che segna una tappa storica nella storia dell’alpinismo, tanto che da quel momento quella parete venne chiamata ‘pilastro Bonatti’,. Il crollo fu  un’incredibile coincidenza, un pò come se la montagna di Bonatti sentisse che il suo più grande esploratore  e amico se ne stesse andando e lo volesse accompagnare. L’alpinismo è capace anche di questo: quando un escursionista resta sei giorni interi su una parete per conquistare una vetta, riesce a instaurare un rapporto tutto particolare proprio con quella montagna che sa ricambiare i sentimenti umani.
La leggenda narra infatti che la sera del 12 settembre un povero mendicante camminava per il borgo di Thora chiedendo un po' di ristoro ed un riparo per la prossima notte. L'uomo bussò di porta in porta e invece di ricevere aiuto veniva preso in giro, cacciato e deriso. 
Deluso da tanta insensibilità, bussò ad una vecchia baita da cui uscì una povera vedova che accolse il mendicante dicendogli: "Non sono ricca, ma venite a riposare sotto il mio tetto. Sarei felice di dividere con voi un tozzo di pane, ma le nostre provviste sono finite, i miei bambini ed io abbiamo consumato oggi stesso il nostro ultimo pane". 

Il mendicante ringraziò la vedova per il suo buon cuore e vedendo in lei tanta comprensione per le sue sofferenze le disse: "Andate, buona donna, nel granaio vi troverete pane in abbondanza per la vostra famiglia e per me". La vedova andò e con grande stupore trovò il granaio pieno di pani. La famiglia mangiò allegramente, dopodiché il mendicante disse alla vedova: " Domani alla stessa ora, Thora sarà distrutto. 

Prima che faccia giorno, prendete i vostri bambini, uscite dal villaggio e nascondetevi in un luogo sicuro". Dopo aver pronunciato queste parole, il viandante scomparve. La vedova obbedì alle indicazioni impartite dal mendicante e il 13 settembre 1954 alle 6 del mattino, improvvisamente, la Becca France crollò e la prospera borgata fu seppellita per sempre.

Da allora, il villaggio giace sottoterra avvolto nel silenzio.


10 agosto 1964 - L’uomo e i demoni delle Grandes Jorasses 

"Delle tre grandi Nord, la Jorasses ha la prerogativa di non lasciare mai scorgere allo scalatore un qualsiasi segno di vita, anche solo all'orizzonte. Lassù non arriva altro suono che quello della bufera, delle valanghe o delle folgori."

Walter Bonatti, I giorni grandi


continua 

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Per Walter Bonatti la parete nord della punta Whymper delle Grandes Jorasses fu una salita voluta fino in fondo, si presentò alla sua base per ben sette volte in tre anni ai piedi del Ghiacciaio di Leschaux. 
Una parete singolarmente verticale, dove anche il sole si arrende ed i suoi raggi non fanno quasi nulla. Una salita caratterizzata  da difficoltà estreme che porta al limite l’umana sopportazione umana, lassù dove più nulla da il benché minimo conforto, lassù dove la montagna non sussurra ma parla ed urla allo scalatore parole di roccia e di ghiaccio. 
Furono sette i tentativi in solitaria andati male, poi Bonatti ritenta la salita con Michel Vaucher, grande scalatore ginevrino, uno dei pochi alpinisti ai quali, con Mauri e Mazeaud, Bonatti  da la massima fiducia lasciando la responsabilità del ruolo di primo di cordata. È il 6 agosto del 1964. 
La via Bonatti-Vaucher alle Grandes Jorasses
(fonte: helias-millerioux.fr)
Gli alpinisti si ripresentano di fronte alla altera parete nord delle Grandes Jorasses:  cinquanta chiodi e trenta moschettoni e viveri per cinque giorni a testimoniare la grande impresa sulla parete mai violata da l’uomo.
A notte fonda iniziano a salire.  L'attacco della parete è il naturale ricettacolo delle pietre scaricate dalla montagna ma l'inizio dell'ascesa si rivela ottimo,  da lì in poi sarà una sfida alla capacità di sopravvivenza. 
Un’impresa, una sopravvivenza di quelle che hanno reso grande Bonatti. 
Una serie di problemi – che per i comuni mortali sarebbe meglio definire drammatici eventi – affligge la salita.
Il primo giorno un masso in caduta distrugge una delle due corde tranciandola in cinque spezzoni che una volta annodati, non potranno che essere un problema per lo scorrimento dei moschettoni,  il primo di una seria di drammatici ostacoli che la montagna porrà sulla loro via, quasi a cercare una battaglia. Al primo bivacco la montagna attacca duramente.
Nella notte ruggisce e una frana, una frana enorme scavalca i due alpinisti lasciandoli ricoperti  di polvere. 
Ora la montagna li sfida su un terreno minato, un tratto di parete franato è un’ impresa ben più complessa e pericolosa. 
Ed ancora tocca alla montagna che schiera il disgelo il quale provoca un'altra scarica di pietre a pochi metri dai due alpinisti. Bonatti accusa il primo colpo inferto, viene  colpito anche da un sasso in piena fronte. Un brutto colpo, che richiede tempo per riprendersi e medicarsi. 
Secondo bivacco. La montagna non cede, li invita ad andarsene con una bufera di neve all’ombra di una parete franata e dopo una giornata quasi immobile decisamente combattuta.
Il giorno successivo alla bufera il campo di battaglia è disseminato di camini completamente ricoperti di neve, bisogna innalzarsi lungo strapiombi in cui il ghiaccio è l’impietoso padrone. 
Le possibilità di assicurarsi sono pochissime, i due uomini devono  risolvere il problema con le più fantasiose tra le soluzioni immediate. Dice infatti Bonatti  ne I giorni grandi: "l'assicurazione con i chiodi diventa talmente precaria che a volte non riusciamo ad ancorarci al termine dei diciotto metri di fune: allora il secondo di noi, invece di rimanere fermo in assicurazione come vuole la regola, si muove anche lui verso l'alto, per consentire al primo di utilizzare qualche metro di corda in più."
Ultimo bivacco. La montagna non da tregua né conosco pace.
La temperatura arriva fino a -15°C, il sacco da bivacco di Bonatti, caduto nel vuoto, è perso.
Ancora duecento metri di salita, fatica, volontà, uso spasmodico di chiodi per farcela. 
La salita è lenta, molto lenta ma entrambi non cedono, salgono, salgono. 
Ecco la vetta, il sacrificio di una disumana battaglia di quattro giorni riceve il suo premio, la montagna concede la vittoria.  
Una delle poche nord rimasta inviolata si concede alla forza, al sogno e alla volontà di Bonatti e Vaucher. 
"L'ultimo baluardo di un grande alpinismo tradizionale" come la definì Bonatti stesso.
La Stampa - 11 agosto 1964

“Anche l’ignoto, come l’impossibile, è una componente preziosa dell’avventura. Affrontarlo vuole dire porsi in diretta competizione con le proprie incertezze e la precarietà.” 
Walter Bonatti.

MONTAGNE DI UNA VITA
Il libro è una raccolta di storie che tiene col fiato sospeso, come i migliori racconti d’avventura sanno fare, ma con in aggiunta il brivido della vita vissuta.
Un uomo entrato nel mito, che ha scritto la storia dell’alpinismo, ci accompagna con lui su sentieri impervi e tra rocce scoscese, dal Monte Bianco, alla Patagonia, alla salita in solitaria della parete Nord del Cervino.
In quello che è diventato un classico della letteratura di montagna, Walter Bonatti ripercorre le imprese indimenticabili che hanno costellato i quindici anni della sua grande stagione alpinistica, fino alla sofferta decisione di chiudere con quel mondo per dedicarsi all’avventura e all’esplorazione.



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