4/18/21

GNOMI E GENTE ALTA DI MONTAGNA - Parole (Seguito)

 

 parole (seguito)


Duiro - ©Genepio

(...) Un mendicante raggiunse il villaggio chiedendo un riparo per la notte ed un pezzo di pane. L’uomo bussò di porta in porta ma non ricevette alcun aiuto, solo risa e disprezzo.Impietrito da tanta aridità d’animo bussò ad una minuscola capanna fuori dal villaggio, tanto piccola da far pensare che nessuno ci potesse entrare. Invece uscì un umile gnomo silvano che accolse il mendicante dicendogli: “Non sono ricco, ma venite a riposare sotto il mio tetto. Sarei felice di dividere con voi qualche fetta di buon pane, ma le mie noci erano finite ed è rimasto solo del pane di segale da ammorbidire nel latte…” Così dicendo si affrettò a portare fuori dall’uscio ciotole di latte e pezzi di pane nero che dispose su altrettante fette di tronco per permettere all’uomo di mangiar comodo e non ripiegato su se stesso a causa delle ridotte dimensioni della sua capanna.
Il mendicante ringraziò lo gnomo per il suo buon cuore e vedendo in lui tanta comprensione per le sue fatiche gli disse: “Buon piccolo essere che tu possa trovare sempre pane in abbondanza ed il granaio pieno e che tu possa sempre mangiare in allegria. Domani però, a quest’ora  e prima che sia giorno pieno, non entrare nel villaggio, rimani qui come in un luogo sicuro”. Dopodiché il viandante, rinvigorito dall’umile cibo, riprese il suo viaggio e scomparve nuovamente verso le montagne da dove era venuto. Lo gnomo levò lo sguardo verso la montagna poi provò ad ascoltarla, infine decise di seguire le indicazioni del viandante e per tutta la notte, una tiepida e brillante notte estiva, rimase nella sua capanna o poco distante da lì, non varcando mai quell’invisibile confine tra la sua umile generosità e la boriosa avidità del villaggio di quella gente alta.
Poco prima della comparsa del nuovo giorno, verso le sei  del mattino, improvvisamente la Becca France crollò e andò  a coprire di massi e silenzio il villaggio e la sua avidità, per sempre.

continua 

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E questo è tutto.” Concluse Duiro richiudendo le pagine del libretto.
“Ci sono libri che possono essere pericolosi, per così dire. Dovremmo selezionare i migliori ed assegnare ad essi una qualche etichetta con questa avvertenza: questo potrebbe cambiare la vostra vita.” Disse Modrot ringraziando l’amico per l’interessante lettura e per la conoscenza che ne aveva tratto.
Essendo Modrot uno gnomo dall’animo girovago , instancabile pellegrino delle montagne, tra valli, cime, boschi e passi alpini, spesso per lui il piacere della lettura dipendeva in gran parte dal luogo fisico del lettore o dell’ascoltatore. C’erano libri che lui stesso aveva letto sotto un albero e altri che aveva letto all’ombra di un masso. Trovava che i libri letti sotto i larici partecipavano della qualità di quelli letti accanto ad un ruscello, forse perché in entrambi i casi poteva facilmente raggiungere la storia narrata e lasciare che le parole costruissero il loro mondo effimero
Modrot - ©Genepio

Divideva poi lettori in due speci: coloro che leggevano per ricordare e coloro che leggevano per dimenticare, lui faceva decisamente parte della prima categoria non mancava mai di fermarsi da Duiro per prendere in prestito qualche vecchia storia di fatti accaduti o forse solo sentiti narrare. Lungo il suo cammino si fermava lì molte volte e appoggiava il suo inseparabile bastone. Quando il mondo non faceva silenzio ed aveva troppa fretta, poiché verso la vita come verso il mistero egli riteneva che si andava  lentamente, camminando piano, a ritmo di gnomo.
Ma vi era anche un altro gnomo che amava passare a trovare Duiro e prendere in prestito qualcuno dei suoi libri, solitamente li prendeva sul finire dell’autunno e li restituiva alla fine dell’inverno. 
Ricordava però ancora quella volta che, gnomo silvano ed autunnale che si svegliava molto tardi d’inverno,  verso la metà del giorno era passato mentre faceva il suo giro a controllare anche i focolari degli gnomi invernali che erano fuori sulla neve, e si era fermato a farsi leggere qualcosa.
“Buondì a te mastro Duiro, sono passato di qui per vedere sei hai una storia da leggere per rendermi più amabile questa giornata d’inverno, ora che l’autunno è finito e mi devo adattare…” disse Bohc fregandosi le mani e tirando il berretto a coprire ancor di più il naso.
“Mastro Bohc, è sempre un piacere alleviarti il laborioso progredire delle giornate fredde con qualche parola, vediamo un pò, ti leggerò di quel giorno verso la fine del mese di aprile, non si sa esattamente di che anno perché forse non aveva importanza o forse era stato un anno scontroso e maleducato, due gnomi che abitavano un riservato cerchio di tronchi cavi vicino ad una cappella costruita dalla gente alta, erano partiti per tornare a casa attraverso il colle della finestra tra la Becca Torché ed il Corno del Lago. La mattinata era gelida per essere primavera, ma il cielo pacifico annunciava una giornata il riscaldarsi della giornata. Malgrado la neve indurita dal freddo della notte avesse uno spessore di parecchi piedi e permetteva di camminare senza sprofondare, i nostri due gnomi camminavano veloci e portavano con loro delle racchette per servirsene quando la neve si sarebbe rammollita, cosa che, inevitabilmente, accadde presto. 
Quando raggiunsero il punto più in alto, dovettero infilare le racchette ai piedi e nel giro di poco più di mezz’ora  avevano già superato il colle, quindi i due gnomi decisero di fermarsi per riposare un istante e sgranocchiare un po’ di noci. 
Rinvigoriti dai caldi raggi del sole e da qualche sorso di idromele, gli gnomi viaggiatori si decisero a rimettersi in marcia. All’improvviso però un’enorme massa di neve traditrice si staccò dalle cime del Winghjil e del Wand, strappando dal loro antico posto e trascinando al suo passaggio sassi, terra e pezzi di ghiaccio. La valanga sgarbata e gonfia di prepotenza non si curò delle due creature e travolse gli sfortunati gnomi,  avvolgendoli e facendoli rotolare nel suo turbine. 
Si credettero perduti non riuscendo a trovare alcun appiglio e non capendo più dove stesse il cielo e dove la montagna, pensarono infatti che in un tale mondo confuso e sottosopra sarebbe stato impossibile tirare avanti una buona vita, il pensiero di entrambi fu lo stesso, bisognava che si adoperassero per uscire dal quel mondo tutto storto nel quale erano stati tirati dentro con forza dalla valanga, che non si lasciassero trasportare incuranti del corso e delle posizioni naturali delle cose. Se la valanga voleva correre e buttare tutto sottosopra con feroce volontà, loro non avevano posto in quella  corsa furiosa.
Da gnomi montanari quali erano non cedettero e presero a nuotare contro il verso della valanga, raccolsero tutte le loro forze, le loro abilità, la loro volontà; tanto fecero che   la valanga, infastidita, li fece rotolare fino all’altopiano, cioè a una distanza di circa duemila metri, un bel volo indubbiamente. Là i nostri due gnomi si alzarono sani e salvi e, prima di riprendere il cammino, spolverate le giacche dalla neve e dalla terra, piantarono un bastone nel luogo in cui si erano liberati dalla valanga, lì si fecero si fecero la promessa di tornare ogni estate in quel punto a piantare un bastone per ricordare di quando l’avevano avuta vinta sulla valanga e di come gli gnomi di lassù avessero una volontà ben più forte della fretta della furia, poi scesero verso valle. L’estate seguente, come quelle dopo ancora, onorarono il loro voto innalzando un bel bastone di betulla accanto al primo e così negli anni costruirono e custodirono un umile memoriale delle nevi, dedicato alla valanga sconfitta e piegata.” E così Duiro richiuse il libro e alzò gli occhi verso l’altro gnomo.
“Sapevo avresti trovato la giusta storia da leggermi oggi, mirabile amico gnomo” commentò subito Bohc per poi continuare “Le parole hanno una vita loro. Mi rimandano agli gnomi, ai gesti che compiuti e che compiamo! Non sono solo suoni che ci fanno  parlare, ridere, cantare, piangere, urlare… le parole sono un’impronta, sono il nostro marchio. Alte, basse, flebili o robuste sono sempre  un soffio dal dentro verso l’intorno che suscita emozioni in chi ascolta.”
Bohc- ©Genepio

La voce dello gnomo era rivelatrice, il suo timbro si faceva attraversare dalla sua personalità con le ammaccature lasciate dalle prove che ogni vita deve affrontare, il ponte che lo  portava verso l’altro.
A volte poi la voce di uno gnomo poteva essere anche quella silenziosa del cuore o della coscienza che aveva il potere di spingerli oltre il visibile.
Oppure le voci dimenticate delle creature senza scrittura che solo con le parole, di generazione in generazione, avevano mantenuto le loro memorie.  Ma anche la voce intonata dal mondo che si manifestava con i tuoni, i fulmini, le nubi, lo scricchiolio dei rami, il suono dei muggiti, degli ululati, dei corni. 
Infine, la parola che indugia in un lungo dialogo per sconfiggere la presunzione, la spocchia, la superbia e la vanagloria.
E fu così che i due gnomi si salutarono quel giorno ormai divenuto anch’esso ricordo e storia da raccontare .
A ridestare Duiro dai sui pensieri fu Anice, uno gnomo molto piccolo e minuto, il quale riusciva ad essere tanto furtivo e veloce che, anche grazie alle sue dimensioni, difficilmente veniva visto.
Degni di menzione fra gli gnomi e, pare leggendari tra la gente alta, i suoi tentativi di realizzare una polvere magica che richiamasse i cinque sapori, acido, amaro, dolce, salato e pungente.
“Mastro Duiro,” si sentì chiamare “ che il giorno finisca più propizio ancora di quando è iniziato!”
“E che lo sia anche per te mastro Anice, qual buon vento?” rispose Duiro.
“Il vento del nord pare, si dice sia più vigoroso e salti i monti come i capretti le rocce, di tramontana  si viaggia col cielo sereno oppure nuvoloso, è utile. Ma non è di questo che ti volevo parlare stimabile gnomo”, proseguì Anice spuntando tra i libri di Duiro, “ piuttosto sai dirmi se i libri che non vengono letti si vendicheranno? Si rifiuteranno, trascurati e abbandonati a far da giaciglio alla polvere, di accompagnare chiunque se non alla follia o alla perdizione? Si getteranno sui libri gonfi di pagine sfogliate, sazi, tante volte letti, ne stracceranno le pagine rendendoli brandelli consunti?”
“Perché mai una domanda tanto originale amico mio, se vi sono libri dimenticati essi prima o poi si riscatteranno, se invece ci saranno libri mai letti è probabile che essi siano come gli esseri vacui e noiosi e non abbiamo molto da dire seppur indossino sfavillanti copertine; essi perciò non avranno alcun moto verso la vendetta o il riscatto poiché privi di ogni indole.” Rispose Duiro, cercò tra i rami della sua libreria e tirò fuori un libro verde, lo aprì verso la metà, sfogliò alcune pagine e poi prese a leggere invitando Anice a prender fiato e a sedersi ad ascoltare un racconto.
“Il libro non ci dice l’epoca in cui accadde ciò che sto per raccontare, ma ci assicura che uno gnomo aveva preso possesso di un mulino e lì si era rinchiuso. Pare fosse uno gnomo di specie familiare, di piccola statura, al quale piaceva rendere qualche piccolo servizio in compenso di qualche tiro birbone.
Il più delle volte si rendeva invisibile alla gente alta a cui rendeva un servizio e si accontentava dell’onore di avere un compito da svolgere. Non amava né voleva essere seguito,  né che gli fosse fatta alcuna domanda e scompariva all’istante se si cercava di vederlo. 
Da quando prese dimora nel mulino nessuno poté più entrarvi. Gnomi e gente alta dei dintorni presero allora l’abitudine di depositare un sacco di grano davanti alla porta e, dopo alcune ore, essi vi trovavano un sacco di farina; nessuno ebbe mai a lamentarsi, né della macinatura, né della quantità, che era sempre quella giusta. 
Spinti dalla curiosità di un tale comportamento un paio di gnomi silvani un giorno vollero vedere quello gnomo mugnaio misterioso. Deposero un sacco di grano davanti alla porta del mulino e si nascosero dietro un tronco per vedere cosa lo gnomo avrebbe fatto.
Non appena, senza che si potesse capire come, videro il sacco sparire si avvicinarono di soppiatto alla porta del mulino e guardarono dentro da una fessura sotto la porta. Grande fu il loro stupore nel vedere uno gnomo intento ad osservare il grano che cadeva dalla tramoggia sotto la macina ma che era vestito in modo bizzarro. 
Aveva una tunica lunga fatta di molte pezze di tutti i colori, non alla maniera degli gnomi, che cadeva a brandelli. Un momento dopo il sacco dei due gnomi era pieno di farina ed essi tornarono nel bosco e raccontarono agli altri ciò che avevano appena visto. Dopo essersi consultati decisero che sarebbe stato opportuno testimoniare la loro riconoscenza allo gnomo solitario per i servigi resi macinando grano e segale. Fecero quindi in modo di procurarsi della buona lana e del buon lino per confezionargli un bel paio di pantaloni e una giacca nuovi, di un bel color scarlatto che poi posero con cura sopra un sacco di segale davanti alla porta del mulino. Lo gnomo gioì per lo stupore, fu talmente sorpreso di trovare dei vestiti così belli che dimenticò di chiudersi dietro la porta del mulino, lasciandola aperta. Gli gnomi silvani, che dal loro nascondiglio dietro i tronchi lo osservavano attentamente, lo videro strappare il vecchio vestito ed infilarsi giacca e pantaloni scarlatti. Quando egli si vide così trasformato, fu tanto felice che proruppe in una serie di grandi risate. Mentre rideva, gli gnomi non smisero di osservarlo incuriositi  e per parecchi giorni lo videro sempre ridere fragorosamente mentre si guardava i bei vestiti, non faceva altro che ridere.
Diventò oggetto di curiosità nella valle e molti gnomi vennero da lontano per vederlo, alcuni lo avevano anche interrogato sul perché ridesse tanto, ma invano. Un giorno, uno gnomo si fermò nei pressi di quel mulino, per nulla interessato allo gnomo ma, siccome gli venne fatto osservare che non erano riusciti a strappargli una sola parola, la gnomo disse ai silvani: «Se volete farlo parlare, seguite le mie indicazioni. Fatelo accomodare davanti al focolare e accendete un gran fuoco; intorno al fuoco, dovrete disporre una grande quantità di gusci di noci e di bacche di ginepro,  poi ascoltate ciò che vi dirà». 
Gli gnomi di quel bosco tentarono allora l’esperimento suggerito. Quando lo gnomo mugnaio vide una tale quantità di gusci di noci e ginepro sul focolare, spalancò tanto gli occhi e, perso ad un tratto il controllo di se stesso, esclamò con una vocina fioca e in arcaico dialetto gnomico: «Is ghen geru l’breca dreürchu in vau ishund at woald, isr ghen nit girs sorril nuacki vioalin sei derfiuer». (Ho visto i pendii quattro volte coltivati a segale, e tre volte coperti di boschi, ma non ho mai visto tanti gusci di noci e bacche di ginepro intorno ad un fuoco). Gli gnomi furono estremamente meravigliate dalla veneranda età e vecchiaia dello gnomo e compresero il perché della sua logora tunica fatta di pezze ed ebbero per lui un grande rispetto, nonostante da quel momento egli riprese subito il suo mutismo ostinato. Per parecchi anni visse ancora presso il mulino e macino grano e segale per tutti, custodiva anche gli animali con  alcuni gnomi dei pascoli, ma passava gran parte del suo tempo a giocare e a saltare. Un giorno poi sparì e siccome nessun gnomo lo vide più, si suppose o che fosse caduto nel canale che portava l’acqua al mulino o che avesse preso a camminare verso un passo e non si fosse più fermato.” Duiro chiuse le pagine del libro.
Anice sembrò finire di riflettere per un momento poi commentò così ciò che aveva ascoltato: “Conosco un vallone dove fioriscono tante semplici leggende quanto racconti meravigliosi. Seguendo il corso di un ruscello che nasce dai laghi, si giunge ad una casa di gnomi sotto un castagno, non lontano da questa, sulla riva destra del ruscello, si può vedere una costruzione vecchissima ed in rovina, un mulino diroccato. Un tempo, si dice lassù, era un mulino a disposizione delle creature che abitavano tutto l’anno quelle alture… Questi tuoi libri, mastro Duiro, ci conducono nelle nostre anime ed aprono di fronte a noi i nostri ricordi…”
Anice - ©Genepio

“Un libro, amico mio, quando l’apriamo è una mappa del tesoro, magari ne leggi uno che urla oppure un altro che ti bisbiglia alle orecchie.” concluse Duiro, Anice annuì, ritenendo saggio non preoccuparsi più dei libri non letti perché quelli tra loro che avevano qualcosa da dire prima o poi sarebbero stati letti, fosse anche da uno solo gnomo.
Fu così che Duiro decise di andare nel bosco, perché avevo un’idea che gli bolliva in testa , tagliò un ramo di nocciolo, raccolse una bacca, poi due e le appese ad un filo.
Vennero farfalle bianche di giorno e poi le stelle di notte a luccicare per far luce.
Quando poi lanciò le bacche nella corrente di un torrente poco distante per richiamare qualche piccola trota d’argento, qualcosa si mosse all’improvviso e, come capitò a Aengus il vagabondo, lo chiamò e gli raccontò…



Polonio: Che cosa state leggendo, mio signore?
Amleto: Parole, parole, parole.
(William Shakespeare)




Fine




©genepio

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©Genepio, gnomi di montagna.


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