4/11/21

GNOMI E GENTE ALTA DI MONTAGNA - Parole


 parole


All the words that I gather,
And all the words that I write,
Must spread out their wings untiring,
And never rest in their flight…
(W. B. Yeats. 1892)

Tutte le parole che raccolgo,
Tutte le parole che scrivo,
Devono aprire instancabili le ali
E non fermarsi mai nel loro volo…
(W. B. Yeats. 1892)

Duiro

Si diceva “in un tempo lontano” più per la facilità a dimenticare le cose che per l’effettiva quantità di tempo trascorso e in quel tempo lontano si racchiudeva l’esistenza di un rapporto di armoniosa collaborazione tra tutti gli esseri, che la natura pareva apprezzare e ricambiare. Sulle montagne cascate di acqua fresca, trasparente e pura giocavano a formare laghi, fiumi e ruscelli che dalle alte cime innevate correvano fino a valle in una costante danza, tra verdeggianti boschi e si distendevano fino ad abbracciare le rocce; grotte di pietra, sculture naturali dove l’acqua si andava a nascondere, creavano poi dei piccoli laghi artificiali.  

Gli gnomi più anziani non avevano mai smesso di tramandare la memoria ai più giovani e con essa le storie che fluivano come l’acqua, scendevano dalle alture della terra e degli animi per distendersi in rivoli e ruscelli di parole fino ad abbracciare, in una costante danza di racconti, le pagine dei libri. 

Lì costruivano sculture immaginifiche dove l’animo si andava a nascondere, creavano piccoli mondi fantasiosi.

Ma il mondo aveva la tendenza ad andare a pezzi e ogni pezzo faceva la sua strada, come una roccia che frana improvvisa dalla montagna e si ferma solo quando ha finito di correre e rotolare, incurante di dove finirà come di ciò che travolgerà. 

continua 

⇩⇩⇩


Accadeva perciò che anche tanta gente alta fosse rotolata e corsa giù dalle montagne in modo spericolato come le rocce delle frane, alcuni erano scesi come semi portati dal vento e avevano seminato nuove vite e sentieri piani e meno faticosi nelle vaste ed aperte pianure, accanto alle anse dei placidi fiumi e lungo il borbottio delle onde del mare che raspavano le coste. Le società della gente alta erano quindi progredite secondo i loro nuovi usi da cui erano nate nuove abitudini.

Quelli invece scesi come massi rotolanti erano stati pur sempre molti ed erano franati in grandi, enormi città cresciute a dismisura mangiando senza sosta la pianura, lì anche loro avevano sviluppato nuovi usi mentre la città, grigia di cemento e non di nuvole, imponeva loro le sue nuove abitudini, governava tempo e parole, imprigionava gesti e movimenti a suo piacimento.

Così si cominciò ad quasi ad  ignorare i cicli, i ritmi, le fasi, i luoghi naturali. Anche l’acqua, per esempio, come il raccontare, le parole e le storie finivano per divenire distanti, rinchiuse in un mondo marginale e non scorrevano più libere,  smarrivano la loro storia di creazione e spesso, con essa, la loro stessa sacralità.

Le creature basse della montagna invece continuarono e continuavano a popolare le montagne, dalle vette scattanti e spigolose dell’arco alpino fino a qualche punta più bassa e curva, levigata dallo scorrergli sopra del tempo. Certo, andava senza ombra di dubbio detto che il popolo basso era il migliore custode di se stesso, aveva sempre popolato e rinvigorito di fatti, opere, avventure e disavventure l’immaginario delle montagne, essi custodivano le leggende, le narrazioni che negli anni trasmettevano nelle interminabili sere d’inverno trascorse accanto al focolare, o che scrivevano sotto gli alberi nelle calde ore estive. Ore gelide, ore fresche, ore affannate dal caldo, ore dolci di brezza  trascorse narrando e scrivendo storie, secondo quell’uso che risaliva ad epoca remota.

Lassù dunque dove i fili del passato continuavano ad intrecciarsi col presente, ingarbugliandosi a volte tra le guglie delle vette più aspre, vivevano e si spostavano gnomi sulle praterie, tra i ruscelli,   accanto agli immobili laghi e nei boschi; gnomi leggeri sulle sabbie dei torrenti con piedi che non lasciavano orma, inseguivano per gioco le acque cristalline che si ritiravano e  sfuggivano ad esse quando rifluivano per ripicca; gnomi che al lume della luna formavano piccoli cerchi di erbe aspre ed amare che i cervi non brucavano; altri il cui divertimento era di far crescere i funghi viola di mezzanotte ed altri che si rallegravano a sentire il solenne rintocco dello strepitoso tuono.

Si diceva inoltre che col loro aiuto, per quanto fossero piccoli, le montagne potessero eccitare i venti ribelli, suscitare tra il verde bosco e il cielo azzurro una sottile battaglia, spostare la robusta quercia e muovere il pino ed il larice dalle radici. Anche tutto questo trovava posto e memoria nei libri degli gnomi.

Lo gnomo sapeva che l’imponente mole fisica della  montagna si sarebbe unita spontaneamente ad un profondo sentimento interiore, sarebbe fiorita quella capacità di trasformare gli immensi spazi ariosi in dimensioni dello spirito. 

“Questa montagna si è fatta sede del senso del divino, comunque la gente alta lo chiami. Non dico d’essere ferrato in questi argomenti, ma ho letto molti scritti, nostri e loro,  attraversato molte cime, le mie, le tue, quelle del prossimo pellegrino che incrocerò ed ognuno aveva la sua personale interpretazione del sacro… per me è sufficiente dire che questa montagna invece è sacra…” commentò Duiro richiudendo un libro che raccoglieva storie di viandanti, spiriti erranti e pellegrini.

Era infatti da poco trascorsa la seconda domenica del mese e fra’ Bernardino, uomo egregio, originale e curioso, che aveva sedato molte discordie tra la gente alta, si era fermato come d’abitudine lungo la via, aveva lasciato un libretto sotto una giovane quercia ed in cambio ne aveva raccolto un altro che aveva trovato sistemato su una foglia. Questo capitava dal quel giorno, indietro negli anni,  quando, uscito a camminare, aveva incontrato Duiro. Subito il predetto fra’ Bernardino gli aveva fatto molte gentilezze, lo gnomo lo aveva accompagnato sul monte e lui in cambio aveva provveduto a rifornirlo di cibo e a gratificarlo con alcuni libretti, sicché lo gnomo rimase sempre obbligato verso di lui. Da allora dopo ogni seconda domenica del mese lo gnomo ed il frate si incrociavano furtivamente, vuoi per discrezione l’uno e per non rischiare d’esser giudicato folle l’altro, ai piedi di una rigogliosa quercia al limite basso del bosco e si scambiavano letture.

Bisogna qui dire che Duiro era uno gnomo silvano che si occupava di libri, manuali, erbari e chi più scienza di gnomi ne ha più ne metta. 

Amava la conoscenza ed il sapere, nonché ogni buona lettura, presa come tonico ristoratore, rimedio energetico o come semplice e sano passatempo sotto una quercia.

Poiché era dotato di un carattere forte e resistente ed era conosciuto per la sua caparbietà da quando aveva deciso di custodire e collezionare libri di ogni genere ed argomento che avesse stuzzicato la sua curiosità non aveva più smesso. Inoltre, poiché apparteneva ad una stirpe di gnomi estremamente longeva, egli era divenuto simbolo per gli gnomi più giovani di presenza costante nel tempo, alimentava la memoria, rattoppava le tradizioni che cominciano a subire il logorio del tempo e  condivideva persino la memoria degli alberi. Si narrava infatti che quando essi parlavano tra loro lui ne scrivesse le storie  in piccoli libretti rossi, divisi per specie.

Altrettanto famose tra gli gnomi erano la sua perseveranza, la lealtà e la tendenza all’eroismo quando gli accadimenti della valle lo richiedevano. 

“Che la giornata ti sia propizia , brillante gnomo. Di cosa parla quel libretto mastro Duiro?”

chiese Modrot fermandosi accanto a lui e appoggiando il suo bastone al tronco della quercia.


Modrot

“I miei omaggi mastro Modrot, che piacere che il tuo girovagare si arresti qui per un momento.” Rispose Duiro poggiando un libretto su un ripiano della sua libreria fatta, cresciuta con, sui e nei rami. 

“Ci sono molti libri dalle foglie perenni… e molti libri dalle foglie caduche, vediamo un pò… questo librettino narra di una leggendaria campana che si dice rintocchi tutte le domeniche, sulle rovine di un villaggio, come se vi fosse ancora qualcuno a cui annunciare qualcosa. C’è nella valle chi narra ancora che moltissimi anni or sono, secondo il tempo della gente alta, uno di loro,  discendeva dalle montagne e verso il tramonto egli passò accanto alle rovine del villaggio, sentì fra queste la gran voce così chiara e vicina, di campane che suonava­no a più non posso, cosa che gli provocò un indicibile spavento, affrettò il passo per raggiungere la propria casa, ma non potè dimenticare la triste impressione pro­vata, e la paura stessa lo trasse a morte.”

“E dunque, hai letto anche della causa delle distruzione del villaggio o di quando avvenne o dove sono queste rovine?” chiese Modrot ormai accompagnato da una curiosità invincibile e Duiro riprese a raccontare:

“Pare si trovi dove una strada si biforca all’ombra del monte che prende il nome di Becca France e la sua sciagura sarebbe dipesa dalla sua antica ricchezza che avrebbe fatto dimenticare ai suoi abitanti la legge della carità verso i poveri. L’importanza del luogo era tale che da esso trasse il nome anche un’importante casata della gente alta  che tra gli innumerevoli possedimenti avevano il loro maniero proprio presso l’antico villaggio. Simbolo di opulenza e prosperità pare contasse dieci mulini, si diceva avesse quattordici telai, diverse mole e presse per fare l’olio di noci… ciò che invece non è detto è il numero di anime rimaste sotto la montagna quando si scrollò di dosso tutta quella ricchezza non ricambiata. Fu una sera d’estate,  pare nel mese di luglio… ma lascia che ti legga il resto della storia”. 

Lo gnomo prese un libretto in mano. lo aprì e iniziò a leggere:




Continua la prossima settimana...




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©Genepio, gnomi di montagna.


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