4/4/21

GNOMI E GENTE ALTA DI MONTAGNA - All'ombra del passo


 ALL'OMBRA DEL PASSO


La passion est encore ce qui aide le mieux à vivre. 
(Emile Zola)




Hotsi


Si narra che nei pressi di un minuscolo laghetto alpino, posto all’ombra di un passo, da dove usciva un modesto ruscello cristallino, vivessero degli gnomi estremamente laboriosi e spinti ad innumerevoli attività da un‘accesa curiosità.
La loro altezza, comunemente a quella degli altri gnomi di montagna,  come era facile immaginare, non superava i trenta centimetri,  ma la loro forza vigorosissima uguagliava la loro agilità quanto l’abilità nel ricreare ciò che osservavano. Avevano caratteri sognanti simili alle genzianelle di primavera e nelle azioni concretezza simile ai tronchi delle querce, se minacciati o disturbati da qualche turbolenta intrusione riparavano dentro alcuni antri sul fianco della montagna.
A causa del freddo intenso e duraturo di quel luogo, avevano ingegnosamente ideato la tessitura del pelo di volpe, di tasso e di martora, spesso bevevano latte di camoscio per fortificarsi a vincere le vertigini su dirupi e precipizi. 
D'estate poi facevano piccole formaggelle, coglievano uova di pernici, mirtilli rossi e neri, tuberi, radici, pigne di cembro e nocciole, essiccavano erbe e funghi.
Tutte queste provviste le mettevano in serbo nelle caverne asciutte tra le pietraie, sistemate su ordinati scaffali di legno. 
Avevano anche inventato un linguaggio sibillino, un bizzarro dialetto pieno di oscuri monosillabi accompagnati da segni indecifrabili, giusto per il gusto di mettersi a fare una lingua nuova.
Si diceva poi, ma forse la leggenda qui aveva rubato alla verità le parole le aveva usate a suo piacere, che i alcuni macigni disseminati a corona intorno al laghetto a far da sbarramento fosse stata opera loro, suggerita dal gigante Gargantua. 
Erano dunque provetti sarti, casari, raccoglitori, falegnami, tessitori, ingeneri, costruttori e più sapevano far cose più ne inventavano.
Ci fu un giorno che il vento ululava, la legna sul fuoco crepitava, la porta di una capanna sbatteva senza motivo convinta di dar retta alle corbellerie del vento, un camoscio pareva imbizzarrirsi all'ombra improvvisa di una nuvola sul prato e si sentì esclamare: 


continua 

⇩⇩⇩


"Che aria piena di spiriti di ingegno che non trovano casa, menti e mani ad ospitarli oggi, amici miei!”. 

Di ritorno da una delle sue tante esplorazioni,  lo gnomo giunse al laghetto dopo esser sceso dal passo dove, sotto la vetta tra i ghiacciai, spiccava uno sperone di un roccia detto dello gnomo inchiodato poiché leggenda voleva che uno gnomo iroso, dopo aver urtato contro una pietra, avesse preso a calci la montagna e fosse rimasto pietrificato. 

“Mastro Hotsi, ciò è innegabile. Che novità ci porti…come possiamo ingegnarci ed essere operosi oggi?” rispose  Bifur mentre accatastava rami tagliati e tronchetti su richiesta di due gnomi falegnami, essendo lui esperto boscaiolo.

“Mastro Bifur, ti accontento subito. Sapete cosa ci manca da lavorare quassù?”

“Dunque vediamo…”, rispose Bifur , “ se da giovani gnomi il primo regalo che riceviamo è una piccola gerla, che ci ricordi il peso e la fatica della salita che avremmo ad  affrontare per il semplice fatto di essere gnomi in montagna, dove ogni passo è più arduo di un passo di pianura e un pane di noci vale il doppio di un pane bianco di pianura e solo il latte è cosa più facile da avere, cosa mai ci può mancare per essere più energici…?”

“Cuoio. “ rispose a sua volta risoluto Hotsi.

“Cuoio?? Cosa dovremmo mai farci con il cuoio amico mio?” lo incalzò Bifur, prendendo sottobraccio un ramo ripulito ed una fascina nella mano opposta, quasi con fare sbrigativo; lui che vedeva il legno come termine ultimo di qualsiasi scopo, difficilmente avrebbe concepito una serie di oggetti di altro materiale. Spesso infatti non aveva dato alcun peso nemmeno alle pietre che gli gnomi delle rocce saltuariamente lasciavano presso il laghetto per essere lavorate quando passavano in visita: se cristallo di rocca, calcedonia, cornalina, onice, sardonice lo lasciavano indifferente, come avrebbe potuto entusiasmarsi per del cuoio?

Ma  l’entusiasmo si Hotsi non si lascò minimamente scalfire.


Crodo

“Immagina l’uso che ne potremmo fare, lo potremmo usare fino a consumarlo totalmente. Quando poi un oggetto, come per esempio una bisaccia, non terrà più, il cuoio di recupero servirà come suola di scarpa e infine come concime per il radicchio di monte. Facciamo scarpe, zoccoli, cinture,  collari per le martore, bisacce, otri, borracce… e non ne sprecheremo un solo piccolo pezzo!”
“Mastro Hotsi, se a te piace sarà un’impresa ammirabile, ma poiché ti servirà pure un tavolaccio o un legno piano e levigato per appoggiare  e tagliare questo tuo cuoio, porto questi pezzi dagli gnomi falegnami.” Lo gnomo salutò e, legno sottobraccio, si avviò a consegnarlo, in fondo soddisfatto di aver ribadito all’amico che avrebbe, comunque, avuto bisogno di legno.
Hotsi non perse tempo, salutò con un inchino Granmonte passandogli accanto a passo veloce mentre quest’ultimo era intento a seccare pigne di cembro. 
Essendo infatti Granmonte uno gnomo delle conifere sapeva che  le nocciolaie trasportavano i semi di questi grandi alberi verso la parte superiore del fianco della montagna all’ombra del passo, creando sparsi qua e là dei piccoli depositi; i semi che però  non venivano più ritrovati erano liberi di germogliare. Era in questo modo che gli uccelli accompagnavano in alto i pini cembri, assicurando loro un luogo maestoso dove nascere, salendo in altitudine e in prestigio. Questi poi, riconoscenti, in compagnia degli arbusti e dei questi pascoli alpini creavano un luogo di vita ideale per il prispolone, il venturone alpino e la bigiarella. Lo gnomo per questo saliva spesso a soggiornare nei pressi del laghetto all’ombra del passo dai boschi sottostanti di conifere dov’era gran lunga l’abete rosso a farla da padrone, lì infatti la luce giungeva fino al suolo, rinvigoriva con energia i giovani abeti rossi e le latifoglie più coraggiose e caparbie, come il Sorbo degli uccellatori; qui trovava le migliori pigne di cembro di tutte la valli.
Tornando però a Hotsi va detto che non perse nemmeno un minuto tra i passi cadenzati del tempo, com’era sua abitudine e fece sua per qualche mese l’abitudine di correre su è giù per le pareti e le creste strapiombanti, per accorciare la strada e giungere nei pressi di un villaggio di gente alta dove aveva stretto un mutuo e silente legame con un abilissimo pellaio; tanto era divenuto veloce ed esperto della via che spesso si trovava a sussurrare agli incauti ed agli inesperti la via per ritornare a casa. 
Quel pellaio viveva  e lavorava in un villaggio poco oltre un bosco di ontani e faggi in un piccolo laboratorio dove disegno, taglio, montaggio e assemblaggio finale con cuciture, erano fatti esclusivamente a mano. Quale fonte di ispirazione! Lo gnomo lo elesse a sua personale accademia dove pratica, esercizio e dottrina si fondevanoLo spazio nel quale il pellaio svolgeva il suo lavoro era organizzato intorno ad un elemento sovrano quanto il torrione principale in un castello: il tavolo di lavoro con bordi rialzati, dove si sistemava in appositi scomparti gli attrezzi del lavoro. Chiodini, pece, cera d’api, pinze, martello, modelli in cartoncino, forme di legno, ed altri intriganti oggetti.
La pelle che utilizzava poi veniva scelta in base all’uso, se serviva per un’occasione importante era pregiata e il manufatto più rifinito; se serviva per lavoro, robustezza e solidità erano le caratteristiche principali. E così avrebbe fatto anche Hotsi, lassù, sotto l’ombra del passo avrebbe fatto borselli da cintura, borse a tracolla, cinture, grembiuli da lavoro destinati agli gnomi  che facevano i fabbri, i calzolai, i falegnami e calzature e borse,  scarselle, ma anche strumenti agricoli, selle per lepri e finimenti per martore, per gli animi silvani.
Iniziò col disegnare modelli eccellenti, ispirati dal sole e dai venti delle vette, dalle fronde degli alberi, dalle forme dei funghi, dai rami spezzati e dai muschi sui tronchi caduti. Era, la sua, un misto di istinto, abilità, conoscenza e inventiva febbrile, l’ispirazione gli veniva col lavorare ogni giorno poiché era per lui un’ ospite che non visitava volentieri i pigri, contagiosa e multiforme.
Quando ebbe prodotto quasi dieci modelli per ogni oggetto ne lasciò delle accurate copie infilate sotto lo stipite della porta del laboratorio del pellaio sul far della notte.
Il mattino dopo il pellaio trovò quei foglietti sparsi sul pavimento accanto all’uscio, perse l’intera mattina guardarli, girali e rigirarli tra le mani poi pensò che chiunque li avesse lasciati lo aveva fatto in forma di dono , aveva condiviso la sua arte e la sua fantasia. Provò quindi a farne uno, poi due, poi cinque, poi dieci e poi venti e da allora, si prese a dire, in quelle valli, che se qualcuno volesse un oggetto di cuoio dalla forma strabiliante, dai colori ammalianti, doveva passare dal pellaio che viveva ai margini del bosco di ontani e di faggio ai piedi di un passo impervio che faceva ombra ad un laghetto misterioso.
Ogni settimana il pellaio lasciava ritagli di pelle di diverse forme e colori fuori sul davanzale della finestra sul far della sera ed il mattino dopo non c’erano più.
Nel frattempo accanto al laghetto alpino, posto all’ombra di quello stesso passo, la fama di Hotsi non era da meno. Gnomi silvani, delle cime, delle praterie, dei ghiacci, degli alberi, primaverili, estivi o autunnali erano venuti a conoscenza della nuova iniziativa dello gnomo e più di uno di loro aveva apprezzato il fatto di possedere un oggetto in cuoio, gli gnomi delle praterie in particolare apprezzavano i suoi socques, zoccoli con suola in legno e tomaia in cuoio.
Era facile immaginare e trovare la piccola bottega di Hotsi, un po’ isolata rispetto alle altre case per via del viavai che non doveva disturbare il lavoro altrui, e un gnomo con una bisaccia di cuoio a tracolla che sistemava le sue pelli su una coltre di corteccia di quercia poi rientrava per rimettersi al lavoro e creare  altri oggetti.
Cuciva con il filo cerato oppure tagliava delle strisce di cuoio della larghezza di pochi millimetri e usava questa fettuccia come filo da far passare in buchi già fatti in precedenza nel cuoio. 
Sul un bel tavolo di legno, consegnatogli personalmente da Bifur in cambio di una cintura aveva sistemati i suoi punteruoli a punta conica o a punta piatta, cacciavite, compasso, forbici con punta seghettata, pinze e raschietto.
“Questo è l’odore che mi piace. Questo è il trifoglio appena tagliato, la salvia calpestata quando si corre dietro un capriolo, il fumo della legna e delle foglie che bruciano d’autunno…” disse Segale mentre si accingeva a riordinare e ripulire nei pressi della piccola bottega. Lo gnomo, piccolo di statura e di corporatura era un provetto costruttore di scope di saggine ed era solito usarle per rassettare al di fuori dalle cose e il sottobosco, molte volte non ve ne era alcuna necessità, ma ciò non importava a Segale che, essendo molto attivo com’era tipico degli gnomi più piccoli, doveva pur tenersi occupato.


Segale

“Mastro Segale, bentrovato!” esclamò Hotsi
“Mastro Hotsi, che piacere vederti, spero di non averti disturbato o distolto dal tuo lavoro, ma passavo di qui e ho approfittato per dare  una pulita qui fuori…”
“Oh… per nulla amico mio, anzi, visto che sei qui ti chiederei una scopa per pulire il mio laboratorio la sera, se non ti è di incomodo e, per ringraziarti, eccoti questa borraccia di cuoio da portarti dietro quando rassetti il sottobosco, nel caso ti venga sete.”
“Qual bel gesto questo tuo scambio, gentile Hotsi! Tieni pure questa scopa che ho con me, è nuova di zecca, l’ho fatta ieri e la stavo giusto provando. E’ perfetta!!”
Scambio di battute e di oggetti fu presto fatto, secondo l’uso degli gnomi. L’uno rientrò nel laboratorio con la scopa in mano e la ripose in un angolo, l’altro, piuttosto euforico per via del nuovo oggetto, prese a scendere di corsa da sotto il passo fino a dove incrociava il ruscello, lì riempì la borraccia di acqua fresca e riprese a scendere verso il bosco sottostante fermandosi di tanto in tanto a bere. Non era necessario che avesse sete per bere, bastava provare la nuova borraccia, come non era necessario che fosse sporco per dare una ripulita, bastava far qualcosa e tenersi impegnati. Questa era la sua filosofia, semplice da seguire quanto spiccia nel trovare il suo scopo.
Nel frattempo la piccola bottega di Hotsi non era rimasta senza visite. Crodo, anche lui uno gnomo piccolo ma estremamente vivace e curioso aveva sempre amato la compagnia tanto quanto amata intrufolarsi nelle case e nelle conversazioni.
In effetti va detto che la curiosità era la materia  con cui aveva formato tutta la sua conoscenza, gnomo indiscreto in tutto, riluttante a tralasciare qualsiasi domanda, materiale o immateriale, inspiegabile o ovvia che fosse.
“Mastro Hotsi, cos’è questo buon odore?”, chiese Crodo affacciandosi sulla soglia del laboratorio, "È l’odore della nostalgia, questo buon odore?” 
“E’ odore di cuoio Mastro Crodo, lo trovi gradevole?” rispose da dentro Hotsi.
“Il cuoio si affumica? Perché allora lo chiamerei odore di cuoio affumicato, Mastro Hotsi, e…sì è un buon odore. Quale altro odore preferiresti sentire? L’erba dolce portata nei cesti? L’odore della terra a primavera dopo la pioggia? O preferisci l’odore del formaggio quando hai fame? O quello del latte al mattino? O di una fragola quando la mordi? O di un frantoio quando si prepara il sidro, o del pane alle noci appena sfornato?”
Crodo

Certamente questa sua inclinazione a far domande non lo metteva al sicuro da risposte affaticate dal corre dietro ai suoi quesiti, né al sicuro dai guai quando si infilava nelle credenze, negli antri dimenticati o dietro le sorgenti per soddisfare una curiosità che non era mai momentanea, limitata  all’ aspetto superficiale delle cose, ma permanente, attratta dal continuo mutamento che scorreva sotto la loro superficie. Il passo successivo, a suo dire,  era lo scuotersi di dosso ogni vecchio pregiudizio per ricominciare tutto da capo.
“Diamine Crodo, un odore è un odore, o ti piace o non ti piace.” Ribattè in modo sbrigativo Hotsi per tagliar corto sapendo bene in cosa avrebbe potuto infilarsi.
“Ti sbagli. Pensa se tutti sentissero lo stesso odore, guardassero tutti le stesse cose,  ascoltassero tutti le stesse parole, parliamo tutti degli stessi argomenti. Non rimarrebbe più nessuna sorpresa. Tutto uguale sempre di più. Solo ripetizioni. Le creature crescerebbero tutte con gli stessi gusti. Sarebbe come se avessero tutte una specie di unica memoria manipolata. Avrebbero tutte gli stessi traguardi, tutte le stesse paure e, molto presto, finirebbero con l’avere tutte gli stessi pensieri allo stesso momento. 
E tutto risuonerebbe perfettamente all’unisono. Sincronizzati. Uguali. Gli stessi. 
Come le formiche operaie o le pecore di un gregge.
Hotsi non potè che confermare le osservazioni dell’amico che, una volta entrato, si era messo a sedere sul bordo del tavolo ed ispezionava con attenzione le pelli e gli attrezzi. 
“Si può apprendere un'arte solo nelle botteghe di coloro che con quella si guadagnano la vita e così ho fatto.” fu il breve commento che Hotsi si lasciò cadere sul tavolo, sulle pelli e sugli attrezzi oggetto di tanta curiosa attenzione da parte dell’amico. E questo bastò, singolarmente, a far star quiete le domande di Crodo, anzi a lasciarle dov’erano, nel fitto dei suoi ragionamenti.
Poi lo gnomo andò a prendere da un mucchio una piccola borsa di cuoio giallo con due strisce di cuoio verde per chiuderla e la diede a Crodo:
“Ecco, amico mio, metti in questa borsa un sassolino per ogni domanda che ti viene in mente, e quando sarà piena o troppo pesante fermati e poni quelle domande.”
Gli occhi di Crodo si illuminarono. Non prese quella borsa solo come un dono gradito ma come un  esercizio di lungimirante autocontrollo della sua curiosità. Certo, non sarebbe diminuita in rapporto alle dimensioni del borsino ma avrebbe forse imparato a contenersi, a darsi una misura equa e a riempiersi di domande con gradualità e non come un torrente in piena. Provare non costava nulla.
Uscì soddisfatto dalla bottega. Non si venne mai a sapere quanto ci mise per riempire la borsa di domande la prima volta, si vociferava che fosse a malapena arrivato al guado del ruscello sotto l’ombra inflessibile del passo e che lì avete aperto l’avesse aperta per svuotare le sue domande che che erano però cadute nell’acqua e il ruscello, burlandosi di lui, le aveva portate via senza alcuna risposta.
Spesso questa è la sorte anche dei quesiti più gravi.
Hotsi lavorava con costanza nella sua bottega, aveva sparso oggetti in cuoio un pò ovunque lassù all’ombra del passo fino giù verso il bosco di ontani, si muoveva con una bisaccia di cuoi a tracolla dove raccoglieva tutte le richieste e i modelli che disegnava quando scavalcava le cime, il passo e saltava i ruscelli che tagliavano briosi le praterie alpine.
L'imparare a fare qualcosa, i mestieri secondo lui erano come gli alberi d’un grande bosco; diversissimi di natura potevano tutti alzarsi al massimo coi rami più alti; così come tutti potevano toccarsi coni rami più bassi. Non v’era mestiere senza poesia e senza idealità, così come tutti, anche i più nobili, divenivano volgari e bassi in mano a dei bricconi.
Nella vita poi ogni creatura era un apprendista in un mestiere dove non si diventava mai maestri.




La vocazione, è avere per mestiere la propria passione.
(Stendhal)








Fine




©genepio

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©Genepio, gnomi di montagna.


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