3/14/21

GNOMI E GENTE ALTA DI MONTAGNA - Verde natio


Questo racconto è dedicato a

Alice ed i suoi intrecci a etroubles


VERDE NATIO


Alice: “Per quanto tempo è per sempre?”
Bianconiglio: “A volte, solo un secondo”.
(Lewis Carrol)


Sul tiepido e vellutato bosco, comodamente seduto a prendere grandi respiri profondi sul pendio della montagna, scendeva in un sincero abbraccio la pioggia.

Negli ultimi mesi era venuta spesso a bagnare il bosco, regalando verdi preziosi come smeraldi. 

Né il bosco né le creature erano in collera con la pioggia, ben sapevano che non li bagnava continuamente per dispetto o invadenza ma semplicemente perché non sapeva cadere verso l’alto.

Il verde era divenuto il colore principale del mondo e da ciò nasceva una bellezza mistica e serena, un verde di infiniti toni veniva come a formarsi da un altro mondo, ebbro di vento, come rinfrescato da ogni nuova pioggia. 

Là, adagiato sul fianco ripido della montagna il verde del bosco era il colore più calmo che esistesse, a differenza dell’agitazione tagliente e nervosa della forma delle rocce esso non si muoveva in alcuna direzione, a differenza del giocoso e sonoro correre del ruscello sprizzante di gioia esso non palesava alcuna nota di felicità, né di tristezza come i cupi antri e le voragini aperte tra le pareti roccia spaccate. Non era divorato da passione a differenza degli ultimi arditi cirmoli che non si piegavano ai venti, non aspirava al cielo a differenza delle vette, il verde era semplicemente calmo.

In quel luogo particolarmente questa costante assenza di movimento e di inutili strattoni era una proprietà che aveva un effetto benefico sulle creature, sia quelle stanche sia quelle alle quali dopo qualche tempo il riposo veniva facilmente a noia.


continua 

⇩⇩⇩



Ma di camminare sulla terra verde e d’apprezzare la bellezza e la pace che erano disponibili, tra tutte le creature, gli gnomi non erano mai stanchi. Capitava, alcune volte, che anche altre creature si comportassero come loro camminando in quel bosco e che esse fossero osservate con dovuta cautela dagli gnomi; ad alcune poi, anche se raramente tra la gente alta, offrivano anche una piacevole compagnia e non solo quella. Ma questi erano segreti ben custoditi.

Era dunque verde. Verde e gravido di pace. 

Il bosco giaceva supino in un mare verde, come uno smeraldo che saliva sulla superficie dell’oceano del cielo. Ospitava la vita, tra il verde dei suoi alberi, dei suoi muschi e delle sue erbe la vita esplodeva, affiorava da ogni luogo, si moltiplicava e prosperava da un suolo così ricco che quasi anch’esso viveva di verdeggianti respiri. 

Ed era verde. Di un verde così vivo da essere verde onnipotente. 

Un picchiettare sommesso sulle ante fece voltare lo gnomo verso la finestra: aveva ricominciato a piovere. Osservò assonnato le gocce bianche e argentee che cadevano oblique contro la finestra. 

Sarebbe presto giunto il momento di mettersi in viaggio verso nord. 

Sì, i falchi dicevano il vero: c'era pioggia dappertutto sulla montagna. Cadeva sulle nude guglie di pietra, cadeva sottile sui pascoli umidi e più su sulle nere, tumultuose creste. Cadeva in ogni canto, anche sui villaggi deserti, lassù sui prati dove dormiva sotto una foglia di romice un leath bhrogan al quale non bisognava commettere l’errore di chiedere un quarto desiderio. 

Scivolava sulle punte degli abeti, tra i rami dei faggi e sui tronchi pallidi delle betulle. 

Ed il suo spirito gli svanì adagio, scivolando lentamente nel sonno mentre ascoltava cadere armoniosa la pioggia sul mondo, cadere lieve su tutto ciò che esisteva, sulle creature vive e sui morti. Dimentico del falco pellegrino che stava disegnando chiuse gli occhi, gli cadde di mano la matita e non appena questa toccò terra si udì bussare alla porta.

“Entrate, in amicizia s’intende.” disse Erin ridestandosi bruscamente dall’ipnotico effetto della pioggia.

“In sincera amicizia mastro Erin!” - esclamò entrando gocciolante Marmatto - “E che sia un buon giorno, ma non ti aspettare un lieto fine... è una storia irlandese!”. Poi prese allegramente a cantare un’aria popolare di tempi lontani :


“Tre gitani si presentarono alla porta,

vennero con grinta e baldanza

e uno cantava da tenore, l'altro da basso

e il terzo suonava una melodia gitana arruffata. 


La moglie andò avanti e indietro per le scale,

si mise gli abiti in pelle

e ci fu un grido dietro la porta

“Se n’è andata con il gitano!”


Accennò due passi di danza toccandosi i tacchi delle scarpe  e fece un mezzo inchino. 

Erin sorrise di cuore e preparò pane, burro ed idromele per il suo brioso ospite.

Marmatto era conosciuto da tutti per essere uno gnomo particolarmente estroverso e questo non necessariamente dopo qualche bicchiere di idromele in più, era la sua natura ad essere incontenibile quanto il suo brio e il suo amore per il canto ed il ballo. Si diceva infatti che se nel bosco, o poco lontano dal suo limite, tra l’erba alta vicino alle case si sentiva canticchiare ed uno scalpiccio veloce  era probabilmente Marmatto intento a cantare una vecchia ballata, quasi sempre spensierata e dal ritmo incalzante, qualche volta malinconica e struggente. Ma poiché veramente pochi avevano avuto l’occasione di cantare con lui non si poteva fugare ogni dubbio sul fatto che fosse veramente lui anche se gli gnomi lo davano per scontato a differenza della gente alta.

“Mastro Marmatto, che tu sia il benvenuto, magia e bevi in cambio del tuo canto.” disse Erin invitandolo a sedersi “Che si dice di nuovo oggi?”

“Amico mio, io per prima cosa direi che avremmo potuto chiamarci Clorofillo, il mondo anche oggi è clorofillaceo. Già. Verde. Verde deciso, verde intenso, verde che non stanca…gnomi verdi ne abbiamo?” - chiese guardando Erin e bevendo un abbondante sorso di idromele poi continuò -  “Sì, gnomi verdi ne abbiamo, abbiamo anche quelli. Questo è un bosco degno di ogni lusinga!”

I due gnomi risero e si riempirono nuovamente i boccali.

Erin era uno gnomo brillante, estremamente acuto e talentuoso nelle sue occupazioni, amava stimolare la conversazione e lo spirito all’indagine, al moto interiore e al volo, come era solito dire lui stesso. 


Da gnomo silvano quale era viveva nel bosco in perfetta simbiosi con tutte le creature e gli alberi dai quali traeva ogni sorta di insegnamento. Ciò che però lo contraddistingueva era il suo innato affetto per i falchi pellegrini, nonostante fosse esperto nel comunicare con quasi tutti i rapaci, per i falchi nutriva una predilezione profonda.

Si diceva che ciò fosse dovuto alle sue antiche origini, narra invero la storia degli gnomi che i suoi avi avessero vissuto sull’isola di Eriù per alcune generazioni, appreso la lingua dei bardi e conosciuto il Falco di Aichill, la più antica creatura del mondo, il custode della memoria ancestrale, messaggero fra i mondi e dispensatore di fortuna.

E proprio come i falchi pellegrini, viaggiatori che percorrono molta strada, essi poi andarono lontano, fino al regno delle montagne sovrane, e lì presero dimora nei boschi più verdi incastonati tra le vette  mistiche e silenziose, altere come l’inizio dei tempi dopo il frastuono del caos, alimentando quella memoria primordiale di ciò che il mondo era stato e che ora le montagne ed i profondi oceani custodivano.

Il falco gli era sempre stato  fedele amico,  guida e fraterno viaggiatore fra i mondi gli insegnava anche l’arte di vedere lontano come se condividesse un dono di preveggenza.

Al terzo boccale di idromele Erin guardò fuori dalla finestra: gli alberi erano limpidi, dritti e ricoperti di pioggia. Una calma enorme s’estendeva sull’intero bosco. Pur immaginando che poteva  non essere vero, in quel momento ebbe la sensazione di non aver fatto qualcosa…

“Mastro Marmatto,” -  disse all’altro gnomo  - “per caso, al di là del posseder o meno gnomi verdi, oggi non ci sono altre novità nel bosco?”

“Se parliamo di gnomi, maighstir, tutti stamane seguivano le loro abitudini, se invece vogliamo prestare attenzione alla gente alta, là dove i faggi cacciano di lato le betulle passeggiava una di loro, sotto la pioggia, a prima vista incurante di bagnarsi, forse avvezza alle ampie foreste umide…ma oltre non saprei riferire perché mi sono messo a cantare un ‘aria che faceva all’incirca così: 

Un vecchio fiume si muove vagabondo attraverso i campi, nomi antichi impressi sugli scudi , i regali arrivano per una bambina, nata regina alla fine del mondo…”

“E’ sufficiente così amabile seinneadair, penso che uscirò. Bada di chiudere l’uscio quando te ne vai , prima che piova anche dentro e annacqui l’idromele” disse sistemandosi il berretto sul naso e prendendo con sé una matita.

“Ammesso che ne rimanga di idromele, mastro Erin, ammesso che ne rimanga…” ribatté prontamente Marmatto mentre si riempiva un altro boccale.

Lo gnomo uscì incurante della pioggia, le prime gocce ormai da tempo erano scese ed avevano constatato che c’era terra per atterrare, nell’aria risalivano i loro messaggi, profumo di terra, elettricità, sussurri di vento. Intuì subito che il profondo nero che veniva a coprire la testa delle montagne stracciando le nubi più chiare era il perentorio annunciarsi di un temporale; le nuvole, presto, si sarebbero spaventate dei tuoni e sarebbero scoppiate in un pianto a dirotto, le montagne poi avrebbero applaudito il passare dei lampi, spettacolo gradito, con scariche di massi.

Certo i temporali erano personaggi aspri e burberi, poco inclini a prestare attenzione alle sorti delle creature quando si muovevano con il loro urlare e brontolare, c’era però da ammettere che essi erano educati, si annunciavano sempre prima a tutti con lampi fragorosi e alternanza di tuoni. Alcune creature prendevano sul serio questi annunci, altre non vi badavano, quali differenze segnassero i loro diversi destini non era sempre scontato.

Lo gnomo proseguì verso i faggi, in quel punto del bosco dove le eleganti betulle vivevano offese dalla massa laboriosa dei faggi che ogni mattina si presentavano in fila al nuovo giorno, primi tra tutti al lavoro del bosco, a crescere, ad infoltire a non perdersi in chiacchiere o sciocchezze, ad essere concreti e forti. I faggi non badavano a loro, non si perdevano in poesie dedicate alla loro bellezza e grazia né si fermavano a render loro omaggio come a delle regine, le ignoravano invece e le spingevano a lato, avanzando com una massa compatta di soldati di ventura. 

Le betulle, superbe ed educate, mantenevano un decoroso controllo ma, alte e maliziose, non tolleravano l’offesa e poiché sembravano solo alberi fragili e sottili ma in realtà possedevano una tempra inimmaginabile, resistevano senza fiatare.

Solo poco più in là due tassi si tenevano a debita distanza, belli con le loro foglie di colore verde scuro sulla parte superiore e verde chiaro su quella inferiore, la corteccia bruno-rossastro e liscia, nobili, signorili, non si mescolavano agli altri alberi, parlavano loro da lontano, a piccoli cenni, immortali ombrosi guardiani del loro feudo.

Fu lì che Erin incontrò la creatura della gente alta che camminava nel bosco piovoso ed umido. Sapeva d’istinto riconoscere uno stravagante ed inopportuno vagabondo da un curioso ed affidabile viandante tra la gente alta che frequentava quel bosco, fosse esso un maschio o una femmina come in quel caso.

“Salute a te della gente alta” - disse con tono pacato per non far venire i capelli grigi in un sol botto alla giovane donna - “non ti spaventare, appartengo al buon popolo, non sono un folletto canaglia pronto a legarti i piedi e farti ruzzolare giù del pendio”.

La donna non si perse d’animo né ebbe a pensare a come salvarsi, infatti non temeva per nulla la gente bassa,  cullava nel cuore la sensazione di poterne percepire la presenza nel bosco e sapeva che quando nel mondo tutte le cose stanno nel posto giusto esse si incrociano e si mescolano.

“Salute a te, mio piccolo compare, con chi ho il piacere di parlare?” chiese allo gnomo.

“Mastro Erin, per il mio piacere, ma se fa piacere anche a te, ben venga” rispose lo gnomo “ cosa ti porta a prender aria sotto la pioggia? Non distingui le stagioni o dovevi lavarti i panni in modo sbrigativo? In entrambi i casi, sta arrivando messer temporale, se ti trova qui al posto d’aria prenderai vento e al posto di lavarli li infangherai i tuoi vestiti…”

“Sono uscita perché dovevo organizzare il mio tempo, non ho badato alla pioggia…” rispose lei.

“La prossima volta che inizia a piovere… ascolta questo consiglio, stenditi sulla pancia, appoggia il mento sulla terra e guarda la pioggia cadere dal punto di vista del toporagno… vedrai tutti quei fili d’erba verde che si inchinano e si rialzano come i tasti di una fisarmonica.” disse lo gnomo sedendosi sotto le fronde del tasso.

“Ma il tempo, avevo bisogno di…”

“…Tempo? Sciocchezze. Voi gente alta avete le ore ma non avete mai il tempo… Il tempo scappa, mi dici? Altra sciocchezza. Siete voi che scappate e correte, il tempo resta a guardare, voi gli passate accanto senza vederlo.

La cosa più preziosa che puoi ricevere da questo bosco è il suo tempo, non solo i legni, non solo i fiori, le erbe, il verde. È il tempo. Perché quello non torna indietro se tu corri via…”

La donna comprese allora l’importanza dell’incontro con quella creatura in un giorno di pioggia. 

Non c’era cammino troppo lungo per chi camminava lentamente, senza cedere alla tentazione di correre ed accorciare la via; non c’era vetta troppo alta per chi vi si preparava con la pazienza e resistenza.

Più in alto le silenziose montagne cominciarono i loro applausi di sassi all’arrivo del temporale, non bisognava infatti farsi ingannare dalle apparenze, le montagne calme e silenziose di solito amavano la tempesta, probabilmente come alcune creature che amavano le montagne; la lunga, eterna tensione prima della tempesta produceva in esse un effetto straordinario: l’attesa infinita del culmine della catastrofe che non arrivava. 

I due tassi invece ritenevano quello del temporale un inutile latrare, soltanto le foglie tremavano al suo arrivo,  gli alberi, loro,  restavano immobili.

Un falco pellegrino si posò tra le fronde del tasso più alto, proprio sopra a dove stava Erin.

“Che messaggio porti, fedele e fraterno amico? - disse lo gnomo alzando la testa avendo sentito il falco arrivare da lontano - “Io non sono nato falco, sono nato gnomo e ho volato a metà, sono stato un attimo in aria e l’attimo dopo a terra, mezzo azzurro e mezzo verde. Meglio così, non bisogna fare l’abitudine a vedere le cose dall’alto del cielo.”

Si sentì il falco stridere, sbattere le ali e volare via, veloce com’era arrivato.

“Qual’ era il messaggio?” chiese curiosa la donna allo gnomo.

“Che solo chi ha un animo inquieto sa quant’è difficile affrontare le tempeste e nello stesso tempo non poter vivere senza di esse. Vedi, prima di volare tutte le creature dovrebbero far fare al loro spirito un bagno nella polvere,  proprio come fanno alcuni uccelli, volare suscita meraviglia ma ciò che è necessario apprendere è saper atterrare.”

A lei sarebbe piaciuto volare, avrebbe percorso le vette,  sfiorando i picchi aguzzi e planando sulle praterie alpine fiorite, avrebbe udito i bisbigli delle rocce ed il lentissimo respiro eterno dei sovrani di pietra, lassù dove la coscienza non ha più alcuna zavorra per impedire all’ anima di volare. 

Un volo lento tra gli sguardi alteri dei monti poiché ci sono forme di lentezza che incantano, come le montagne all’alba, il verde dei boschi e il mare quando è calmo.

Presso la gente alta  però stava scomparendo il piacere della lentezza.

Dove poteva essere mai finito? Dove mai erano quei loro eroi sfaccendati delle canzoni popolari, quei vagabondi che andavano per boschi ed irti sentieri e dormivano all’entrata delle grotte? 

Erano forse scomparsi insieme ai sentieri solitari, insieme alle praterie deserte e alle radure fiorite, insieme alla natura? 

C’era forse una dissonanza, un ritmo alterato?

Era assorta in questi pensieri quando lo gnomo sembrò riapparire alle sue spalle senza essersi mosso da sotto il tasso e riprese a dire: “Se cerchi il tempo qui in questo bosco, in questa valle, devi sapere che c’è un legame segreto fra lentezza e memoria, fra velocità e oblio. Quando ad un tratto cerchi di ricordare qualcosa e ti sfugge…istintivamente, rallenta il passo, cambia andatura per sentire le cose perse ancora vicino nel tempo, anche se fuori tutto accade con il vertiginoso ritmo di una cascata, dentro c’è la lentezza.” Poi scomparve nuovamente dalla sua vista per riapparire poco dopo accanto all’ultima, vanitosa betulla

“ E’ tempo di lasciare il bosco al temporale, congediamoci, non importa chi offre da bere!” - prese due piccoli boccali riempiti di buon whisky e mentre ne asciugava uno proprio fino in fondo senza neppure tirare il fiato una seconda volta offrì l’altro alla donna: “Salute, e buon pro ti venga, - disse lo gnomo, - “ma non pensare di prendermi per il naso come han fatto altri; farai qualcosa in cambio passato il temporale così da pagarmi da gentildonna…”. 

Lei annuì e fece appena in tempo a bere che le sembrò di volare lontano dal temporale.

Sfregò gli occhi come chi crede di sognare ad occhi aperti e si ritrovò accanto alla porta della sua casa senza neppur sapere se si era mossa. Quando rientrò in casa per asciugarsi fece caso all’orologio che segnava le nove del mattino nonostante lei fosse uscita verso il bosco alle dieci precise. Tanta fu la sua meraviglia che stentò pure a credere di esser sveglia, eppure ricordava ogni parola di quella piccola creatura vestita di verde, aveva gli abiti bagnati e le scarpe colorate di muschio, si ricordò inoltre di una promessa fatta. 

Il giorno dopo si mise perciò ad intrecciare colori e forme fino a farne ornamenti, lentamente, secondo il passare dei giorni e delle stagioni, secondo i cieli che accarezzavano le montagne, lungo lo scorrere dei ruscelli alpini che si facevano torrenti, tra i soffi dei larici che cambiavano d’abito.

Il primo di quei tanti intrecci lo portò nel bosco e lo lasciò sotto un grande, nobile tasso.

“Mastro Erin, cosa porti? Cos’hai con te?” chiese Marmatto all’amico che tornava a casa un fresco pomeriggio di primavera inoltrata.

“Il pagamento per un bicchiere di buon whisky, amico mio” rispose lo gnomo posando un ornamento intrecciato accanto al suo uscio, "che dici lo portiamo a qualche gnomo delle cime affinché lo dia in dono alla montagna?”

“Come dice quella canzone Erin? Il Re che cerchi lo riconoscerai come vero ma solo se cavalcherà lungo la via insieme a te…” rispose Marmatto mentre Erin versava l’idromele.

“Alla salute Marmatto!”

“Salute a te! E buon pro ti venga mastro Erin!”



I find I've wandered far from home

But home is in me wherever I roam

I thought I was an hour or a year behind

But the hours and the years are only time

Further up, further in

Further up, further in

(Mike Scott)



Fine


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