3/23/21

GNOMI E GENTE ALTA DI MONTAGNA - Sole in Ariete


questo racconto è stato scritto per

OSTARA  - Oh my VdA  ad Aosta


Sole in ariete




Il est des jours - avez-vous remarqué ? -
Où l'on se sent plus léger qu'un oiseau, 
Plus jeune qu'un enfant, et, vrai ! plus gai 
Que la même gaieté d'un damoiseau.
(Paul Verlaine)




Sulle cime che coronavano la vallata le creature trovavano ancora i ricordi delle infinite nevicate che avevano coperto, su ordine dell’inverno, tane, dimore, casupole, nascondigli e minuscoli villaggio agli occhi delle altre stagioni.
I fianchi delle montagne, i boschi di larici e di faggi, i tetti acciaccati di muschi schiacciati portavano ancora, ai primi coraggiosi e tremuli soli di marzo, la traccia delle fragorose e spaventevoli valanghe cadute quando l’inverno se le era portate dietro ed esse si erano mosse come cavalieri dalle possenti armature. 
Non a tutti invece era dato di conoscere i segreti celati dai primi fiori della neve, forse perché in pochi avevano intuito i misteriosi amori dei giganti alpini; questi alteri sovrani di roccia, mentre dominavano con fronti fiere la valle, non si compiacevano a sufficienza dei fervidi baci delle saette, restavano indifferenti alle eteree carezze delle nubi che li sfioravano appena in fatui abbracci e spesso si rammaricavano, difronte ad un imperturbato cielo sereno, di non trovare amori consoni alla loro grandiosità e corone di adeguata bellezza. 
Fu così che le nubi, perennemente invaghite dei titanici sovrani, attesero che il giorno fosse lungo quanto la notte e la notte quanto il giorno e si radunarono intorno alle vette per poi lasciarsi cadere in forma di strani e delicati fiori che cominciarono a ricoprire le creste frastagliate, le rupi, i burroni, i fianchi delle conche, gli anfratti isolati. Prese da inebrianti quanto delicate e pure sfumature di sensi e colore strinsero in un abbraccio pulsante le fronti imponenti dei giganti maestosi dove posero la più bella tra le corone imperiali, serto della gloria della vita e della rinascita.
La primavera, alba radiosa della vita, accorse ad inginocchiarsi difronte a tanto splendore, aprì i pugni chiusi, i palmi aperti in gesto di lode, sciolse i capelli su prati e muschi, li intrecciò con i rami degli alberi e il silenzio si ruppe. 
Uno gnomo, come ogni anno, era solito sentire la voce potente e persistente che echeggiava, rimbalzata da qualche ostacolo vicino, venire senza tregua a dirgli: tu sei qui, fra le mie balze, nella pace dei miei silenzi, qui sotto un arco di cielo, all'ombra delle cime, ospite delle aspre rocce, dalle quali scende la fertilità verso la pianura.
“A questa terra, aggiungiamo ora tutti i suoni diversi delle acque, dei frutti e degli animali, aggiungiamo il poema del vento quasi continuo e la pioggia insicura e vedrete quale immenso concerto sorgerà dall'aria delle montagne!” - disse Findias sistemando delle ceste appena fuori dalla sua porta, protetta da un grande larice - “Però al concerto manca uno strumento e sono le nostre opere…bisogna dar mano ai cuori e allo spirito! La vita urge, non aspetta!” Concluse rimboccandosi le maniche.

continua 

⇩⇩⇩

Certo, la neve  ancora ricopriva abbondante alcune zone delle vallate, come se la primavera avesse una sorta di legame segreto di sudditanza, di giuramento di obbedienza assai forte con l’imperioso inverno che stava lento ma inesorabile ritirando il suo esercito.
Ma vi erano dei luoghi un pò più caldi, all’adrét o tra i boschi delle quote più basse, dove si potevano scorgere qui e là i timidi segni della nuova sovranità che regnava sulla terra alpina, della primavera che si faceva largo ad ogni passo di ritirata dell’inverno e che avanzava elargendo la benevolenza delle prime fioriture. 

Presto sarebbe salita, prima seguita a stento dal suo seguito cortese di dame e gentili scudieri,  ma in seguito preceduta da uno sfavillante corteo di luminosi cavalieri, bellissimi alla vista, adornati di vessilli colorati, dagli occhi chiari e dei pennacchi luccicanti. Già il solitario silenzio, rassegnato, stentava a farsi obbedire, le creature vociferavano tutt’intorno, brulicavano, sussurravano, canticchiavano, aspettavano con piccole risa soffocate l’arrivo dello splendido corteo che saliva.
Findias sentiva tutte queste voci, era uno gnomo primaverile tra i più rispettati, la sua fama chiara e luminosa, lo precedeva per valli e per boschi quanto nelle combe e sulle cime; si diceva fosse nato il giorno dell’equinozio di almeno sessanta lustri prima, ma apparteneva ad una stirpe di gnomi alquanto longeva e perciò poteva essere nato ben prima. 
Quel che era certo invece era il fatto che la primavera lo avesse benedetto con un animo vigoroso, luminoso e di profonda empatia verso il mondo, ecco perché era benvoluto in ogni luogo e litri di idromele non mancavano mai di accoglierlo e festeggiarlo.
“Mastro Toshley, già il raffreddore? Sei stato ancora fuori fino a tardi?” chiese Findias mentre si accingeva a muoversi, cesto in spalla, all’amico che passava lì accanto col fazzoletto in mano.
“Mastro Findias, mi conosci bene! Anche quest’anno ho preso il raffreddore! Sai, gli gnomi invernali ormai sono saliti in alto, quelli delle rocce badano bene ancora di scendere, quelli autunnali dormono, per fare due chiacchiere con i fiori bisogna aspettare e far tardi mentre gli gnomi primaverili tornano alle loro case…”

“Prenditi cura di te stesso, Toshey, un buon genepì, qualche tazza di sambuco  e una buona dormita, tornerai come nuovo, a presto amico mio, passerò e trovarti” rispose Findias.
Toshley salutò con la mano mentre starnutiva, sbadigliò e prese il sentiero verso casa.
Findias proseguì per tutto il giorno la sua opera di osservazione e perlustrazione.
Tra i primi fiori a rompere il silenzio invernale sul terreno ancora bruno, intirizzito e spesso, prima dello spuntare della giovane e squillante erbetta primaverile, regalava accesi assoli di colore il crocus. Findias riconosceva bene i primi ovattati passi della rinascita, il ritorno alla vita seminava segni nel mondo che lo gnomo seguiva con operosa dedizione, bisognava fare attenzione a dar loro la giusta importanza poiché erano i primi coraggiosi a riprendere vita sfidando gli ultimi drappelli della tirannia dell’inverno sui pascoli montani e nei prati umidi, come nei boschi di faggio e di carpino. 
Quando poi i pascoli ed i prati si aprivano al sole e la neve si scansava umilmente lasciando spazio al verde acceso, la genziana, come una dama, offriva la sua speciale bellezza e generosità, lo gnomo sapeva come utilizzarla come rimedio medicinale, leggenda narra che l’avesse insegnato nei tempi antichi Gentius, un re della gente alta, ma lui aveva appreso da uno gnomo, Genziano, a fare decotti e tonici.
Quando Findias saliva più in quota, sui terreni freschi e nei boschi radi di conifere, un raffinato fiore violetto impreziosiva l’ambiente: quanto amava la soldanella alpina con la sua corolla di petali, sfrangiati e minuti, posta come sentinella in avanguardia dalla  primavera; quando pioveva invece, nel sottobosco ancora umido, lo attendeva la bellissima erba trinità.
Ci furono tempi antichi quando in quelle vallate, già allora popolate dagli gnomi ed i loro antenati, vivevano popoli delle gente alta che avevano appreso a festeggiare, narrano alcuni proprio su suggerimento degli gnomi, quattro feste di cui una festa legata all’entrata del Sole nella costellazione dell’Ariete e alla Luna piena che gli era più vicina; poi quelle genti alte se ne erano andate, altre ne erano venute, poi altre ancora e così via… gli gnomi però erano sempre rimasti cambiando soltanto le generazioni.
E’ cosa nota che ogni gnomo ha un compito da svolgere con perizia durante la sua vita:  abilità, conoscenze ed opere si affinano nel lunghissimo corso degli anni, Findias non faceva eccezione.
Attese il giorno giusto, attese quindi che la notte durasse esattamente quanto il giorno e proprio prima dell’ alba, prese quattro zolle di terra da quattro lati del bosco, prese del miele, della farina di segale, del latte, un pezzo di corteggia di ogni tipo di albero che cresceva nel bosco e una parte di ogni erba, li depose sulle zolle e attese la rugiada lunare che poi lasciò gocciolare tre volte sulle zolle. Questa antica,  benché stravagante, cerimonia si concluse con il sole che sorse puntuale senza lasciare nemmeno un solo attimo in più alla notte che se ne andava a ritroso, inchinandosi alla perfezione di quello scambio. Lo gnomo rimise al loro posto le zolle e si volse verso Est, anche lui con un inchino, anzi tre: 
“Che crescano le erbe per i nostri bisogni e siano vigorosi gli alberi, che i pascoli verdi siano bellissimi”. Detto ciò lo gnomo  girò in circolo tre volte secondo la direzione del sole, poi si distese per terra a cantare: “Os tar ‘a, oh-star-ah, ohs-truh, eostre, est-truh, east-ra, yo’ster…”. Pochi gnomi primaverili conoscevano il significato di quelle parole, di più non è dato sapere.
Finito il canto, ormai fattosi robusto il giorno, pervaso dal sentore della primavera, lo gnomo prese a controllare nelle sue ceste di avere un piccolo pezzo di ogni albero: “ Corniolo, Forsizia, Salice, Ontano, Ginestra, Biancospino, Caprifoglio, Rose di bosco, Quercia e Agrifoglio…ci sono…”, poi controllò la cesta delle erbe : “Ginestra, Dente di leone, Gelsomino, Asperule, Celidonia, Rosa canina e Tanaceto… ci sono…”
Nel frattempo arrivò correndo Seis,  giovane gnomo primaverile, con una cesta di spezie ed una di pietre:

“Mastro Findias! Eccomi mastro Findias! Ecco le ceste!!”. Tirò il fiato, poggiò le ceste che aveva con sé al limite dell’equilibrio, si sistemò il berretto storto e la barba scompigliata.
“Mastro Seis, con calma, bisogna pur che tu respiri…” disse Findias sorridendo. 
Seis,  come appreso dal suo maestro, controllò anche lui le ceste: “Mirra, sangue di drago, cannella, noce moscata, muschio, salvia, fragola, loto, violetta…ci sono..” - poi prese l’altra cesta - “Ametista, acquamarina, diapro rosso, quarzo rosa e pietra di luna…ci sono…”
Ed ecco due gnomi preparare la primavera, fiori, erbe, alberi, essenze e profumi raccolti nei sogni dell’inverno per raccontarli la mattina, al risveglio della vita, al tavolo delle creature.
“La primavera sta arrivando, mastro Findias, com’è fatta quest’anno?” chiese Seis.
“Amico mio, si starà sicuramente ornando di sole che brilla sotto la pioggia e di pioggia che scende sotto il sole, verde come il melo selvatico, brillante come la coda di uno scoiattolo, cortese e danzante con parole di vento e quando credi che pianga, sta solo piovendo.”
Nella vallata l’equinozio portava in dono ad ogni luogo condizioni peculiari e di  conseguenza nascevano approcci e sensibilità differenti, gli animali del bosco si rimettevano in attività, l’aria si riempiva del ronzio degli insetti, tornavano tordi, allodole, nibbi bruni, codirossi e cardellini che erano migrati al tepore di luoghi lontani e miti, era come se la vita cercasse incessantemente di recuperare il tempo perduto dopo la forzata prigionia invernale.
Sotto le cime invece, dove il manto nevoso ricopriva ancora abbondantemente le spalle e le teste delle valli, un ruscello ancora effimero sapeva che la neve avrebbe a breve liberato i suoi fianchi e, prima timidamente, poi sempre più coraggiosi, i primi fiori avrebbero alzato le loro corolle fuori dalla terra scura dove si erano rinchiusi per non soccombere all’assalto del gelo, prima impalpabile, poi opprimente tiranno.
Ed ecco anche le praterie alpine risvegliarsi dal letargo invernale, gli schianti delle valanghe di marzo risuonare come rulli di tamburi che annunciavano l’arrivo della corte della primavera; così, giorno dopo giorno, foglia dopo foglia, passo dopo passo, in un susseguirsi di incontri e di stupori, la vita metteva in scena la sua grande opera.
Findias stava guardandosi intorno, una volpe lo osservava da dietro un masso, il canto di una capinera con le sue strofe flautate, chiare e sonore pareva l’ode di un bardo, nel cielo alcuni  storni si contraevano velocemente, formando nastri o forme tondeggianti che si muovevano armoniosamente come in una danza, uno gnomo risaliva dal fondo del sentiero.

“Mastro Ropunzolo, buon giorno a te! Qual buon pendio ti porta fin qui?”
“Mastro Findias, che sia un giorno mirabolante!  Quale gaiezza è l’incontrarti! Vengo poiché qui, sotto i rustici carpini, mastro Lanius lascia i ripari per le uova sfortunate, ed ecco, io ne ho trovato uno…”. 
Ora dovete sapere che Ropunzolo era uno gnomo primaverile particolarmente sensibile e gioioso, non che egli non avesse mai conosciuto un leggero velo di malinconia sul far dell’autunno, ma col l’arrivo della primavera nulla, ma proprio nulla, avrebbe mai potuto turbarlo. Dall’animo candido e generoso, altrettanto, non avrebbe mai potuto non prodigarsi per il bene di una creatura. 
Ben sapendo ciò Lanius, uno gnomo silvano, esperto conoscitore di tutti i volatili della montagna, aveva predisposto dei ripari affinché vi si potessero ricoverare le uova non ancora schiuse che aveva avuto la sorte avversa di cadere dal nido o rimanere abbandonate; ogni giorno poi egli stesso passava ad accudirle fino alla schiusa.
“Amico mio, ad ognuno il suo compito, bisogna uscire, camminare e guardare come fosse la prima volta questo corteo di forme e di colori che chiamiamo primavera e che nulla deve nulla alle ombre, essa che è uno smisurato sollevamento di tutte le vite. Di che uccello è quell’uovo?”
“Mastro Findias, stimato e radioso amico, credo sia di corvo imperiale, colui che ogni mattina si leva in volo sul mondo per riferire la sera ciò che ha visto e sentito. Lo lascerò a Lanius, lui saprà cosa fare, io, per mio conto, riconosco e distinguo tutti i canti degli uccelli, ma non so crescerli…non son certo Brân il Benedetto io…”

“…ad ognuno il suo compito” ripetè Findias indicando un carpino a Ropunzolo affinché vi trovasse il ricovero per il suo uovo. Lo gnomo raggiunse l’albero, mise l’uovo nel ricovero e lo richiuse, dopo aver salutato con un allegro inchino se ne stava andando per la sua strada quando un susseguirsi di starnuti lo incuriosì:
“Li sentite anche voi tutti questi starnuti…?”
“Come no! Mastro Toshley ha già preso il raffreddore aspettando di scambiar due parole con qualche crocus la sera…” rispose Seis ridacchiando.
“Se ognuno al suo compito, ognuno ha le sue abitudini…” commentò Ropunzolo e tutti e tre gli gnomi si salutarono ridendo. 
Nella vallata due volte l’anno, nei giorni dell’equinozio di primavera e d’autunno, il sole sorgeva due volte a oriente, da dietro la punta di una cresta inquieta, poi tramontava due volte attorno a una cresta più sobria, dalle rigorose linee verticali. Un fenomeno osservabile da tempi remoti, probabilmente dall’inizio del tempo, che confermava un percepire quel luogo come sacro o magico, sebbene non fosse altro che l’arco che il sole compiva dietro i due speroni di roccia. Altrettanto lo era l’operosità inarrestabile e la frenesia con le quali alcuni tra gli gnomi primaverili si apprestavano ad accogliere il corteo festoso della primavera che avanzava sui resti delle battaglie invernali invocando il risveglio ed il pulsare della vita ad ogni passo. 
Pareva, si diceva, che gli gnomi ritenessero indispensabili alcuni atti bizzarri, stravaganti o misteriosi che quegli gnomi compivano all’arrivo dell’equinozio, non che li giudicassero semplicemente propiziatori, ma piuttosto necessari. 
Certo, ad onor del vero e dello scorrere delle stagioni come del cammino della Terra intorno al Sole,  era semplicemente ovvio che la primavera comunque sarebbe arrivata, che l’inverno ogni anno partiva, sazio di conquista, a far riposare le sue truppe e che ciò non dipendeva dagli gnomi primaverili. 
Ciò di cui essi però erano preziosi ed instancabili custodi era la riverenza verso la vita, ciò che essi omaggiavano  con opere e parole era l’essenza vitale che permeava il mondo  anche quand’esso era avvolto nelle tenebre, ciò che essi custodivano era il continuo e perpetuo ricordo del vivere, ricreando dinnanzi alla corte primaverile il più bello tra gli spettacoli della rinascita: un inno al vivere in tutte le sue forme e in tutti i suoi costanti divenire.
Ed ecco.
Arrivò la primavera, imprudente e audace, cortese e leggiadra. 
Venne a dar voce al cuore della montagna, venne in corteo, con raffiche irrequiete di odori, colori e forme, dove i fiori sbocciavano improvvisi e nuove spuntavano le foglie. 
Scoppiò come una ribellione di luce, irruppe nei boschi e sulle praterie, lungo i pendi e nella vallata, liberò parole e pensieri soffocati dal gelo e divenne regina trionfante sull’esercito dell’inverno. 
Ora le montagne le concedevano pari sovranità ed essa, in trionfo, rendeva loro grazie dando forza ad ogni svogliata battaglia e conquistando la morte con luminosi stendardi di rinascita.
Ed ecco gli gnomi festeggiare in coro, scambiarsi cibo e litri di idromele, svuotare le dispense  invernali, mangiar frittate di asparagi e primule, ciotole di radicchi di slavina e formaggio.
Se dev’esser primavera sia, delle stagioni non c’è certezza, qui vuol essere gnomo sia!


Rotas opera tenet Arepo sator
Il seminatore Arepo tiene in opera le ruote
(palindromo)






Fine




©genepio

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©Genepio, gnomi di montagna.

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