3/28/21

GNOMI E GENTE ALTA DI MONTAGNA - Di corvi e di cince


 DI CORVI E DI CINCE

Il corvo canta dolce al nostro orecchio
come l’allodola, se l’uno e l’altra
ci giungan fuor del natural contesto;
e l’usignolo, io penso,
se si mettesse a gorgheggiar di giorno,
quando ogni oca starnazza,
sarebbe ritenuto non migliore
musical canterino dello scricciolo
(William Shakespeare)


Lanius

Sulle montagne e nelle valli era quel momento sospeso, di fiato trattenuto come poco prima di una parola  importante, appena prima di un cambiamento. Non vi è attimo di più grande immobilità sospesa come prima prima di una rivoluzione.

Così, in una strana atmosfera surreale di apparente stasi, le montagne stavano con fiato sospeso sopra le valli, per un attimo la neve ghiacciata del mattino invitava ancora ad mettere ai piedi sci e ciaspole per percorrere gli ultimi tratti di cammino, ma l’aria parlava già una lingua diversa, parole tiepide che la neve non conosceva. 

Due marmotte, intrepide, lanciarono i loro primi timidi fischi per sincerarsi che l’inverno non facesse dietrofront e tornasse a sferrare altri attacchi, si aprivano con slancio ed ottimismo un stretta via  in mezzo al bianco contorno, decise, supportandoli a vicenda, ad esplorare il mondo che a loro pareva ritornare dopo un lungo letargo come il loro. Ingenuità di marmotte. Pensavano che anche gli gnomi andassero in letargo, che il mondo intero dormisse con loro e benché ciò non fosse per nulla veritiero si poteva affermare, senza timore di mentire, che alcuni gnomi estivi dormissero parecchio sotto stati di coperte nelle loro case durante i giorni invernali non gradendo per nulla la pungente insolenza del gelo, stavano al chiuso mettendo raramente il naso fuori ma mettendo in continuazione la legna sul fuoco.

Nelle zone maggiormente amate dal sole, poste sulle schiene delle montagne, la neve in parte sciolta, lasciava migliaia di crochi viola e bianchi sbocciare, padroni del nuovo mondo, con silenziosa esuberanza fra l’erba che, ancora provata e succube del comando del gelo invernale, stentava a riprendere il suo verde natio.

I torrenti invece parevano giovani capretti, mentre riprendevano vigore aprendosi senza indugi la via fra sulla spessa coltre dal bianco marmoreo, modellandola con curve sinuose ed incavi di chiaro scuro, rendendola simile ad una scultura arcaica. 

Il cielo, mutevole d’umore ma divertito da quei movimenti che l’aria mite suggeriva e sussurrava a tutto ciò che esisteva, giocava con la luce a far riflessi cangianti sulla neve, a far luccicare i rivoli d’acqua ed i sussulti dei ruscelli cosicché lo gocce parevano per un istante uno strascico di diamanti in movimento sul manto giallo intenso delle infiorescenze dei salici inchinati lungo i torrenti


continua 

⇩⇩⇩


Le prime piccole pigne viola acceso adornavano i rami spogli dei larici, ovunque prendeva forma continuo germogliare ed un rifiorire, una spinta alla vita, alla ripresa dei ritmi pulsanti poiché, nonostante la neve si intestardisse a voler restare su ogni cosa, la primavera era ormai tornata e, stretto l’atavico patto con l’inverno, poco a poco riprendeva il comando sul divenire delle cose e delle creature.

L’inverno, marciava però lento in ritirata, non amava concedere terreno e neppure troppo in alto dava l’impressione di voler resistere, quasi come se le cime delle montagne solo a lui sussurrassero una certa diffidenza verso la ripresa della vita in atto più in basso. 

Gli gnomi osservavano questa effimera fase di transizione stagionale ben sapendo che tutte le cose che sfuggono rapidamente chiedono subito di essere inseguite.

Erano passate da poco le idi di marzo, i rivoli d’acqua si nutrivano di neve sulle salite, i ghiacciai elargivano neve sciolta in dono a ruscelli e torrenti. Le cascate alzavano le voci spente durante l’inverno facendosi impetuose e dando vita ad una sinfonia senza eguali negli altri periodi dell’anno,  inconfondibile coro ad omaggiare l’arrivo della primavera sulle montagne.

Nel boschi i rami dei larici si riempivano di piccoli ciuffetti di aghi verdi mentre nel sottobosco spuntavano bucaneve, primule gialle, anemoni viola ed erica rosa.

"Tiu...tic-tic, tiu…tic-tic”, un gorgheggio rauco e breve proveniva dai bordi del bosco. “Dev’essere uno stiaccino, sebbene richiami il canto del codirosso…”  - pensò ad alta voce Lanius - “no, questo è certamente uno stiaccino che va a cercar casa nelle praterie…”

“Mastro Lanius, bisogna ammettere che nessun canto ti è sconosciuto tra queste valli “, disse Ropunzolo che lo seguiva con attenzione nel suo zigzagare tra gli alberi e dentro a fuori dal sentiero.


Ropunzolo

Bisogna infatti qui fare un accenno alle abitudini di Lanius, forse uno tra i più abili e noti gnomi silvani.
Egli non solo era esperto conoscitore di tutti i volatili della montagna, ma aveva ingegnosamente inventato un sistema di ricovero per le uova che incidentalmente cadevano dai nidi o perdevano i genitori. Predisponeva ai piedi di carpini e faggi dei ripari in legno dove egli poteva sistemare  e ricoverare le uova non ancora schiuse che avevano appunto avuto la sorte avversa di cadere dal nido o rimanere abbandonate per qualche malaugurato caso dai genitori; nel periodo delle schiuse, ogni giorno egli stesso passava ad accudirle fino alla nascita dei pulcini.
Tornando a noi, poiché dunque Ropunzolo era uno gnomo primaverile particolarmente sensibile e gioioso, non che egli non avesse mai conosciuto un leggero velo di malinconia sul far dell’autunno, ma col l’arrivo della primavera nulla, ma proprio nulla, poteva turbarlo. Possedeva un animo candido e generoso che lo rendeva incapace di non prodigarsi per il bene di una creatura, per questo motivo  seguiva  all’inizio di ogni primavera Lanius nelle sue ricognizioni in modo tale da imparare i luoghi e gli alberi dove lo gnomo sistemava i suoi ricoveri per uova. Era indubbiamente il suo più attento ed operoso aiutante, non c’era uovo disperso che gli sfuggisse e che egli non mettesse in una sua calda cesta di lana per poi andarlo a mettere  dove Lanius lo avrebbe trovato ed accudito.
Ropunzolo conosceva il bosco, i fiori in modo particolare, ma anche il resto della selva gli era famigliare, degli uccelli però, per suo conto, non riconosceva né  distingueva tutti i canti, non sapeva crescerli…non era certo Brân il Benedetto, soleva dire; quindi raccoglieva le uova e le lasciava a Lanius.
Nei pressi di un carpino bianco lo gnomo aveva posizionato un ricovero ben sistemato con lana, paglia e piume a farne un comodo nido protetto da legno di carpino, appunto, come le abitazioni degli gnomi che spesso sono costruzione di quel legno, lì,  con l’amico sempre attento osservatore al suo fianco, prese a bruciare alcune foglie secche dell’albero; gli gnomi sapevano infatti che inalare i fumi sprigionati dalle sue foglie, infondeva nei dintorni una sensazione di spensieratezza tale da distogliere chiunque dai propri intenti, causando tendenza al riso ed al gioco, e dunque fungendo da ulteriore protezione verso chiunque avesse avuto l’intento di rubare le uova. I carpini poi erano alberi rustici e semplici, particolarmente adattabili e affidabili, erano lavoratori instancabili del bosco, forti, poliedrici e dall’animo buono ed amabile. Certo, talvolta potevano essere testardi in maniera esasperante, ma solitamente gli gnomi li sapevano essere di buon cuore e di saldi principi ecco perché avevano piena fiducia in loro.
“Domani, quando e se passerai di qui, prendi delle braci di carpini che  metterò sotto questa pietra poi mescolale col sale e usale per rendere le superfici lisce leggermente più ruvide, cosicché qualunque strumento appoggiato su di esse non scivolerà…” disse Lanius a Ropunzolo che a volte era un pò maldestro nelle sue opere.
“Ti ringrazio molto mastro Lanius, non mancherò. Giusto qualche giorno fa mentre facevo una tisana con i fiori di prugnolo di mastro Straif, mi si è rovesciato sopra l’idromele…”

Straif

“E che ne hai fatto dei fiori allora…?”
“Ne ho fatto una tisana con l’idromele, mastro Moscardo passa quasi tutti i giorni a prenderla come digestivo.”
“Tisana dici…? Digestiva dunque…? Mastro Moscardo…? Sarà così… Ad ognuno il suo compito!” concluse ridendo Lanius.
Nel mentre una poiana, inconfondibile per la sua eleganza nel volo librato controvento, con  il suo caratteristico richiamo dai toni decrescenti, ricordando come i cieli fossero il regno di veri e propri principi della natura, volteggiava i sopra i due gnomi. 
Lanius, conoscendo i canti e le lingue di tutti gli uccelli emise un suono simile a un “kiieeeee”, poi un altro diversamente modulato ed infine altri tre sempre più bassi in risposta al rapace che volteggiò nuovamente in alto in circolo ad ali immobili con la coda tenuta a ventaglio per poi calare improvvisamente a terra; si posò sul terreno poco distante e camminò goffamente, come un albatros le cui ali da gigante impediscono di camminare, verso Lanius.
Ropunzolo non avvezzo alle visite ravvicinate dei rapaci ebbe prima un sussulto poi indietreggiò con un balzo istintivo ed inciampando finì col cadere tra delle primule gialle.
Lanius si avvicinò alla poiana, tese la mano e questa chinò il capo. Lo gnomo ne accarezzò il piumaggio bruno marrone inframezzato da macchie e stirature biancastre e prese a sussurrare nella lingua dei rapaci, l’uccello poi indietreggiò e con due battiti d’ala non molto profondi si alzò in volo.
“Tutto bene mastro Ropunzolo?” chiese quindi Lanius.
“Certamente amico mio, come vedi son qui seduto a raccogliere primule per le frittele della cena, il loro sapore è ben gradevole e molto delicato, dovresti provarlo!”
“Non mancherò, mio cordiale e buon amico.” rispose Lanius. Gli gnomi risero di buon spirito, si salutarono dandosi convegno a mangiar frittelle di primule sotto ai carpini e divisero il loro cammino.
Lanius proseguì il suo giro d’ispezione, ad ogni ricovero per uova si fermava, apriva il cancellino e controllava che le uova fossero calde e asciutte, le risistemava girandole se ce ne fosse stata la necessità, le accudiva al meglio e le copriva con le piume che raccoglieva sotto ai nidi. 
Bisogna qui dire ancora riguardo a questo illustre e stimato gnomo che tra tutte le creature alate ne aveva una che occupava un posto privilegiato nel suo cuore quanto nel suo spirito ed era il nero  e splendido corvo imperiale. Ne aveva allevati alcuni dopo che i genitori, teneri e monogami, erano stati vittime del malpensiero della gente alta e due di quei pulcini gli erano rimasti legati da profonde corde d’affetto e fiducia invisibili ai più.


Ricordo

Erano liberi i suoi corvi, che lui aveva soprannominato Spirito e Ricordo, e ogni giorno, sul far del giorno i due uccelli prendevano il volo sul bosco, volteggiavano in coppia ad alta quota, per poi chiudere a metà le ali, girarsi su di un lato e lasciarsi cadere verso il basso in picchiate mozzafiato, volavano perfino, per brevi tratti, con la pancia verso l’alto. I loro versi e richiami, inconfondibili, echeggiavano nelle valli e sulle cime rocciose. La sera poi i corvi tornavano dallo gnomo, gli si posavano accanto grattandosi dolcemente, imbeccandosi e curandosi il piumaggio nero lucido, dotato di riflessi bluastri-verdi e lilla e gli raccontavano ciò che avevano visto e sentito.
Sulla via del ritorno verso quella che era la sua casa, rigorosamente costruita con parti in legno di carpino nei pressi di un larice rosso lo accompagnò il canto di un codirosso dalle note iniziali più rauche seguite da suoni più melodiosi. Il suo cinguettio era particolarmente squillante e ripetuto in modo persistente. 
Lo gnomo alzò lo sguardo: “Oh come sanno essere felici gli uccelli! Hanno il nido e si ringraziano con un canto”, pensò tra sé Lanius, c’era infatti, in una cavità di un ramo forcuto di un faggio, un nido di codirossi, armonioso, rotondo, simile ad una coppa, costruito con erbe secche, radici, muschio e piume, tutto soffice dentro, e ospitava quattro piccoli appena usciti dall’uovo. “Chsk-chsk” fece lo gnomo, come ad imitare la carta stropicciata e un breve trillo, “Sree sree” rispose l’uccellino muovendo ripetutamente in su e in giù la coda di colore arancione, nero sulla gola e ai lati del capo, con la fronte è bianca e il corpo color della ruggine.
La luce che danzava sul nido del codirosso ridestava in lui il canto, l’uccellino aveva il nido, il ragno tesseva la sua tela, lo gnomo custodiva l’amicizia delle creature.
Com’erano saggi gli uccelli, molto saggi! Un codirosso costruisce un nido per i codirossi,  una cinciallegra costruisce un nido per le cinciallegre, la ghiandaia per le ghiandaie, la civetta per le civette e così via, non si copiavano l’un l’altro, né competevano in grandezza o meraviglia, né distruggevano gli uni quelli degli altri.
“Si lasciano mai i nidi dell’infanzia?”, pensò poi Lanius, “ Mai. Essi vivono e rimangono per sempre con le creature che hanno ospitato, anche quando non esistono più, anche quando le bufere e la neve li hanno distrutti. Anche quando gli alberi vengono tagliati o le radici strappate dalla frane, anche quando gli alberi cadono, vecchi e stanchi e non possono più far da casa a nidi. 
Ogni creatura sa dov’è il suo nido e prima o poi, nella sua vita, lo ricorderà, ricorderà il suo calore, ricorderà i suoi suoni, i suoi colori e i suoi profumi e nel suo cuore, prima o poi, riecheggerà la voce di quel nido, con calma e amorevole memoria.”
I veri grandi spiriti, come le aquile, cercano di fare i loro nidi a grandi altezze, lassù nella solitudine delle cime, questa era un detto comune tra gli gnomi.
Lanius raggiunse il suo larice rosso, durante la perlustrazione di quella mattina aveva raccolto un uovo di corvo, l’aveva trovato ai bordi di una cengia dove aveva intravisto, in una nicchia, un nido fatto di rami mescolati a terra e muschio e internamente tappezzato di foglie e lanugine; se quello fosse l’unico delle quattro o sei uova deposte ad esser vittima di sventura non era dato saperlo, ma comunque si fosse dipanato il fato, Lanius si sarebbe preso cura di quello che aveva trovato, come sempre, secondo la saggezza degli gnomi, perché un conto era essere d’aiuto un altro era cambiare a proprio piacimento il corso delle cose. Aveva dunque deposto l’uovo azzurro all’interno di un ricovero poco distante dalla sua casa e lì lo avrebbe accudito fino alla schiusa.
Rincasò per rifocillarsi con un buon pezzo di pane di segale spalmato di marmellata di sambuco e  riposarsi un poco quando nel mentre di quella pausa: “Amico”, disse, “amico caro, devo in verità implorare il tuo perdono ma il caso vuole che stessi per sonnecchiare con la pancia piena e tu sei venuto a picchiare gentilmente alla mia porta, così lievemente che quasi non ero certo di averti udito…” e aprì interamente la porta. 
Vide un maestoso corvo imperiale, un’uccello d’ebano con la solenne e austera fierezza del suo aspetto, sorrise e gli si rivolse dicendo: “Sebbene la tua cresta sia tagliata e rasa, non sei certo una creatura timida, antico corvo, visitatore errante dalle profonde valli della notte, ripetimi  ora qual è il tuo nobile nome, Ricordo, su queste aspre cime.”
Cracchiò il corvo: “Ricordo” e non mosse alcuna penna finchè in tono appena più forte di un sussurro, lo gnomo continuò: “Altri amici sono già venuti, senza chiedere il permesso, senza un attimo d’indugio hanno bussato alla mia porta…a marzo hanno festeggiato le uova  con capriole e acrobazie aeree…”
Il corvo prese a saltellare come una marionetta intorno allo gnomo dando vita ad un vivace balletto, brillante per intelligenza e luminoso per conoscenza.
L’ultima sua prodezza consisteva nell'aver dimostrato allo gnomo di aver saputo riprodurre un utensile a memoria; dopo averlo visto fare agli gnomi del bosco, era riuscito a ricordarlo e rifarlo con gran vanto. 
Ciò metteva Lanius sempre di umore euforico, egli sapeva che la cultura della costruzione di utensili veniva tramandata dai corvi imperiali, e migliorata, di generazione in generazione; un corvo osservava gli strumenti messi a punto da un proprio simile, memorizzava le caratteristiche e infine lo riproduceva, ed ecco in quel bosco, in quella valle si avevano corvi falegnami, corvi fabbri, corvi muratori, sì proprio in quella valle ed erano i suoi amati corvi!
Come succedeva che i giovani uccelli imparassero le canzoni ascoltando le melodie dei più anziani e poi adattassero le loro vocalizzazioni fino a che non corrispondevano a ciò che avevano sentito.
Il corvo avrebbe insegnato alle creature a vivere in modo umile, consapevole e moderato. 
Vi erano infatti, libere in quelle valli alpine, creature che si facevano portatrici di luci interiori che nascevano da quell’insondabile parte dell’essere più intima e sepolta che spesso necessita di un abile condottiero per poter essere guidata.
Mentre Lanius si prodigava in complimenti e accennava passi di ballo con il corvo si udì tra un cespuglio rado un frugare, uno sfrascare, uno spostare. Chi era? Improvvisa cantò una cinciallegra e né spuntò fuori una piccola cincia bigia, ottimista, allegra e spensierata come tutte le sue compagne, uscita dal suo torpore invernale, dimostrava la sua fervente fedeltà a quelli luoghi e alle eterne montagne padrone delle valli non migrando e non fuggendo mai all’arrivo del generale inverno. Una cincia era piccola, ancor più, minuscola, ma aveva il cuore di un guerriero, cosa nota al bosco ed agli gnomi.
Aveva quella in particolare nascosto anche nei pressi del larice rosso semi ricchi di grasso come riserva e la sua stupefacente memoria la aiutava a ritrovare tutte le sue scorte, finito il pasto era il tempo di pensare al giaciglio per le future uova,  rivestito con muschio, peli di coniglio e di lepri, in modo da renderlo il più morbido e confortevole possibile.
Lanius la vide e adagiò un mucchietto di muschio accanto al larice, la creaturina si avvicinò lesta, incurante e per nulla intimorita da corvo, ed  interpretò al meglio il suo canto nasale :“ ghe ghe ghe” fece allo gnomo che annuì con gentilezza in risposta.
La cincia, andandosi a posare su un ramo, diede tre preziosi consigli allo gnomo, che gli sarebbero stati molto utili: "Quel che tieni in mano, non gettarlo ai tuoi piedi; non credere a tutto quello che ti viene detto; non rattristarti troppo di quello che non puoi recuperare”.
Poi, volò via.
Si sentì poi un gran baccano, un vero e proprio sciame di corvi si muoveva come una bufera di neve nera, con frenesia e con esibizioni del tutto singolari, svolazzavano verso una ripida parete appena fuori dal bosco e richiamavano indubbiante una certa attenzione.
Quei potenti, metallici e stridenti “crac-crac-crac” incuriosirono lo gnomo che saltò sul collo di
Ricordo e volò con esso verso l’origine di tutta quella chiassosa confusione.
Avvicinatosi alla zona ebbe modo di capire: sul fondo, ai piedi della parete vi era un vecchio camoscio, ormai privo di vita, caduto, forse per stanchezza, nel burrone o semplicemente lasciatosi andare nel vuoto quando le forze della vita lo avevano abbandonato. L’inverno ed il tempo non passavano sempre senza lasciarsi dietro alcune vittime di un’eterna battaglia.
I pennuti, dal canto loro, facevano ciò che loro competeva poiché nulla si spreca e nulla di ciò che ha vissuto è mai stato inutile, con quel loro modo di fare, stavano cercando di attirare l’attenzione dei lupi o delle o volpi, in modo tale, che fossero questi ultimi i primi convenuti a facilitare, in seguito, i corvi stessi, nell’azione di nutrirsi delle parti interne. 
Tutto ciò era una chiara forma di reciproca collaborazione tra creature di specie diverse, essi collaboravano cercando di mantenere in equilibrio il loro mondo dove ciò che si divideva non era necessariamente ciò che si sottraeva.“Bisogna che tu vada da mastro Gremon, dirà alle volpi di venire e riferirà a mastro Barbaboc di chiamare i lupi a convegno”, disse Lanius a Ricordo non appena l’uccello atterrò nuovamente nei pressi del larice rosso, scrisse poche parole su un pezzetto di carta e lo diede al corvo:  “Vola, dunque, porta questo alla finestra di mastro Gremon e bada bene di non far schiamazzi inutili prima che ti veda tutto nero e non rossiccio e ti chiuda gli scuri in faccia pensandoti un fannullone.”
Il corvo volò, padrone delle infinite doti e virtù possedute.
Lo gnomo risoluto a provare a tornare a sonnecchiare per un breve momento andò dritto al larice e davanti all’uscio trovò quattro pinoli ben disposti su una foglia di faggio mentre del mucchietto di muschio non v’era più traccia mentre nell’aria risuonava conto di cinciallegra. I consigli sono doni il resto si scambia, pare così la pensino le spensierate cince.
Lo gnomo prese i pinoli, li ripose con cura sul tavolo per la cena e si sedette a guardare il cielo appoggiato al tronco del larice, poi si addormentò.
Un’aquila si librò in volo, un magnifico gallo cedrone iniziò il canto con "ticap" e terminò con un "pop" ed altre note. Poi irruppe nel bosco un fischiante klia ed un acuto, grattante krri-krri-krri-krri, canto del picchio verde che tambureggiava su una betulla; un gracchio, acrobata dell'aria, veleggiava senza fatica attorno alle cime più alte tenendo testa ai venti più impetuosi, un ciuffolotto con il  suo corto becco dai bordi taglienti staccava gemme, rompeva gusci e sbucciava semi.
Il sole con raggi chiari e puri  scioglieva il gelo dalle cime, le fronde spoglie degli alberi si stavano tutte rivestendo di verde, il ruscello, ancora placido tra le sue sponde, mormorava un nuovo canto fatto di nevi dissolte, i tronchi nodosi sulle pendici alpine scuotevano l’ultimo gelo dal crine ramoso degli alberi, così cantava la primavera.
I nidi ovatti dove le uova strette, cullate dai rami, dormivano un sonno dolce di chiari reami, popolavano la valle. I boschi diventavano nidi che popolavano i rami erti delle montagne, le montagne nidi di pietra  a popolare la terra e a custodirne la vita.




Siate come l’uccello posato per un attimo su rami troppo fragili, 
che sente la fronda piegarsi e canta, tuttavia, sapendo di avere le ali.
(Victor Hugo)








Fine




©genepio

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©Genepio, gnomi di montagna.



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