3/7/21

GNOMI E GENTE ALTA DI MONTAGNA - Buoncuore


 Questo racconto é dedicato a 

Giovanna e alle sue tisane d'autore a champoluc


Buoncuore


Tra il profumo degli abeti, 
Ed il balsamo de i fiori 
Da le valli ascende il coro 
De 'l mistero e dell'amor. 
(Giosuè Carducci)

© Solsepio

Dopo il colle, nel punto dove cessava parte della vegetazione, si vedeva una specie di altipiano, o di stravagante deserto, innanzi al quale non era raro provare un senso di sgomento, ed in quel luogo si trovava un lago chiamato verde al quale forse era stato dato quel nome perchè aveva una tinta di smeraldi. Voleva la natura che sulle sue sponde fiorissero i più bei fiori della montagna, mentre vicino alle sue acque placide, vivevano alcuni giovani gnomi, tutti che si distinguevano nell’arte delle erbe. D’un tratto si levò un vento mite e gentile che donò un fremito ai boschi ed accarezzò appena l'erba folta dei pascoli ed i delicati fiori al­pini, passando anche con un leggero mormorio sull'acqua verde del lago. 
In quell'e­poca gli gnomi, giovani e fanciulli, erano saliti nelle capanne sparse sulla montagna a grande altezza e le abitavano solo per alcu­ni mesi dell’anno, si aggiravano così vicino ai pascoli sma­glianti, ai piccoli campi di segale distesi al sole come minuscoli tap­peti d'oro, ed alla canapa fiorita vicino alla neve, e quando ripartivano sparivano dalle grigie rocce della vallata l'allegria, la bellezza e la compagnia. 
Fu durante uno di quei periodi che respiro dopo respiro la montagna si era vestita di un cambiamento meraviglioso, tanto che le rupi, gli altissimi, saggi abeti, i fiori alpini divennero in un baleno di un oro così brillante che sembravano voler superare lo splendere del sole.
Si diceva che però purtroppo a volte accadeva che qualche rapace cavaliere non poteva resistere a lungo nel guardare quel fulgore che lo circonda­va senza volerlo depredare, ma egli aveva appena il tempo di vedere quali tesori gli sarebbero appartenuti che perdeva il senno per sempre, si ammalava gravemente per il dolore di non po­ter avere quell'oro così bramato, divenendo presto preda di pensieri oscuri.  Ma di questo forse se ne parlerà più tardi.

continua 

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Secondo invece ciò che era generalmente detto anche fra le gente alta, gli gnomi lassù erano i geni tutelari delle montagne e dei ghiacciai. Al pari degli gnomi delle cime che ballavano di notte sui licheni o sui pascoli fioriti di muschi, essi avevano le loro sale da ballo all'aria aperta, e con animo gentile e cortese verso ogni creatura, facevano da stridente contrasto con la malvagità di certi demoni alpini, con la leg­gerezza non raramente malefica di alcuni folletti e con la brama di possesso di alcuni tra la gente alta. 
Essi si potevano trovare in buon numero, come volevano le leggende popolari, nei pressi dei villaggi della gente alta e benché ad essi fossero invisibili, ascoltavano quan­do si dicevano cose che li riguardavano o che li evocavano o quando timori, sventure, malanni o crucci erano parte del discorrere; per questo motivo era invalso l'uso di chiamarli il buon popolo, gli amici, perché malgrado il loro apparire effimero e fugace, il loro vivere leggero, tanto da ballare spesso sulle gocce di rugiada sparse sui fiori, senza farle cadere, essi avevano una forza portentosa e potevano rimediare a danni, destini infausti, miserie o malanni tanto quanto recare grave danno a chi li offendeva o recava torto alla montagna.
Solsepio era uno dei più brillanti ed esperti erboristi tra questi giovani gnomi, discepolo fin da giovanissimo dell’illustre gnomo Asteraceo, aveva poi approfondito i suoi studi in un antico e nascosto prato di calendula per apprendere quel sostegno amorevole che quei fiori aperti come piccoli soli gialli arancioni infondevano nel cuore donando una pacifica calma, quasi estatica. In breve tempo, poiché era rimasto abbagliato da quei fiori e provava una forte affezione per la pianta si era dato come scopo il coltivare la calendula in quell’altipiano bizzarro bagnato dall’altrettanto eccentrico lago verde; lassù infatti, custodito e protetto, fioriva rigoglioso ogni mese il suo campicello di calendule, uno dei tanti tesori che contribuivano al fulgore della vallata.
I fiori della calendula avevano appunto una corona di foglie che sembravano raggi, e per questo assomigliavano al sole, lo gnomo aveva anche appreso dagli gnomi del nord a mettere un fiore di quella pianta sul primo grano che si distendeva al sole, onde allon­tanare qualsiasi genio cattivo.
Molti racconti, alcuni serissimi altri alquanto strani, erano noti agli gnomi intorno a questa pianta i quali prediligevano il suo essere imparentata col sole. 
Solsepio curava con dedizione estrema la sua calendula che spesso chiamava fiorrancio, nata in quell’angolo umido e posta nella terra a guisa di corona per quel suo bel colore giallo-rossiccio; l’erba riconoscente ogni luna nuova portava fiori da giugno fino a novembre.
“Mastro Solsepio, quale gioia trovarti oggi” disse Brusonio tirando il fiato essendo sceso di corsa dal colle “non che non lo sia negli altri giorni luminoso gnomo, ma oggi pare che Moscardo si sia fatto venire il mal di denti a suon di magiare frittelle di mele e zucchero…”
“Mastro Brusonio, siedi, prendi fiato qui all’ombra, ti darò del succo di calendula per mastro Moscardo, passa da Lynno o Viscalbus che avranno dell’abrotano da darti, mischialo al succo di calendula e bada che vada iniettato nelle narici per togliere il dolore ai denti di mastro Moscardo. Uno gnomo che l'ha sperimentato mi disse che succo di calendula e abrotano, preso di notte quando si va a dormire, al mattino, in vero, avrà fatto sparire il dolore o avrà trasportato lo gnomo mi un altro luogo…” rispose Solsepio.
“Così farò! Va anche detto che i semi di questo tuo fiore assomigliano ai piccoli quarti di luna,.. Anch’essi compaiono una volta al mese?”
“Così fanno amico mio, ma riferisci a Moscardo di non farsi venire mal di denti tutti i mesi…”
“ Non preoccuparti, vorrà dire che Moscardo mangerà frittelle di tarassaco senza zucchero!” rispose Brusonio continuando poi “ma questa tua pianta che abbassa il capolino al tramonto e pertanto sembra dare segno di mestizia per la scomparsa del Sole  non vuol forse dirci che prova dolore,  noia e pena?”
“Tutt’altro! La calendula ha un forte potere sulle creature troppo impressionabili, quelle arvicole terribilmente timorose che quasi svengono ad ogni passo, quegli gnomi che rifuggono da ogni incontro per timidezza e timore del frastuono essa li rinforza imprimendo loro coraggio e sicurezza.
Secca poi , tenuta nel cuscino, ha un aroma particolare che permette sonni premonitori; in polvere, mescolata a nocciole tritate, è usata da gnomi saggi per dirimere le controversie di chi è  innocente e  sta subendo un torto. Ma lascia che ti faccia dono di alcuni tesori che questa piccola pianta ci dona guardando il sole tutto il dì.”
“Mastro Solsepio, che io non abusi della tua generosità! Ma accetto volentieri, la tua arte riecheggia in tutta la valle ed oltre il colle” replicò Brumosio. 
©Brusonio

Lo gnomo quindi si accinse a tirar fuori da una dispensa allestita poco distante tra alcuni massi sotto gli abeti alcune preparazioni a base di calendula e le porse a Brumosio che lo aveva seguito.
“Ecco qui Brumosio, fanne buon uso: questo burro giallo con calendula sarà utile per la cura di ferite e bruciature, questo vino in cui ho miscelato calendula abbasserà la febbre, per tenerla lontana invece guarderai all’interno di questo vaso con fiori di calendula, che ti farà bene anche alla vista. Poi tieni questo sacchetto, usa la pianta per cucinare, per farne sciroppo, dolcetti o per dare gusto al formaggio, se fossimo in oriente avresti zafferano, quassù userai la calendula.”
Lo gnomo mise il tutto in un sacco e lo diede all’altro  che se lo caricò in spalla dopo aver ringraziato con un inchino e più di una parola di riconoscenza per tanta generosità, poi partì in direzione del colle da dov’era venuto portando con sé alcuni dei tesori di quel luogo vestito di luce.
Ma non soltanto gnomi gioviali ed amorevoli, che conducevano una vita serena ed in allegra tra erbe e balli, avevano accesso a quel luogo. Come si era accennato prima accadeva che qualche rapace creatura bramasse quella luce e quello splendore e se ne volesse appropriare senza regola alcuna, né cortesia, né rispetto ma con l’inganno e la ruberia, mai paga di possesso. Fu così che una creatura maligna, corrosa dalla bramosia e assetata di possesso, poiché gli gnomi una notte, presi dall’ allegra frenesia del ballo, avevano lasciato campi e boschi incustoditi, depredò furtivamente quel luogo.
Aveva la creatura nascosto nel buio una piccola zattera di legno di maggiociondolo che si muoveva al suo comando, incurante delle leggi di natura, vi salì col suo bottino mentre gli gnomi erano ancora presi dal ballo e dai canti. Prima di partire, fece una specie di appello, ed essendo tredici le cose che aveva rubato, disse: “Vai per tredici”, ma a quelle parole la barca non si mos­se, allora la creatura soggiunse ancora: “Vai per quante ce ne sono” e la barca prese a andare veloce sul lago fino a scomparire sulla sponda opposta. Ora bisogna che il lettore sappia che gli gnomi non erano degli sprovveduti, forse, poiché giovani, eccedevano volte nel ballo e nell’allegria dando la parvenza d’essere divenuti sciocchi o tonti, ma non lo erano affatto. Se si assentavano tutti per ballare e lasciavano senza alcun sorvegliante i tesori naturali di quel luogo ed i loro portentosi rimedi invocavano un guardiano invisibile che avrebbe seguito qualunque avventato furfante finché non avesse restituito il maltolto: la follia era seduta proprio appena fuori dal bosco, accanto al campo di calendula quella notte a sorvegliare quell’angolo di mondo ed anch’essa salì sulla zattera.
La creatura era nel frattempo scesa fino al villaggio della gente alta per confondersi tra la brava gente alle prime luci dell’alba ma già non poteva resistere a lungo nel guardare quel fulgore che  portava con sé,  aveva avuto appena il tempo di vedere quei tesori che bramava di possedere che  il senno sembrava vacillare, inciampare ad ogni ragionamento, tentare la fuga per poi tornare malconcio. Si fermò alcuni giorni, fingendosi un povero mendicante, dormendo ai bordi del villaggio poiché quando qualche buonanima gli aveva dato ricovero in una stalla le mucche avevano muggito, i muli ragliato, i cavalli nitrito ed i cani ululato tutta la notte. Entrava quindi nel villaggio solo di notte per nutrirsi di ciò che mani innocenti, ignare della sua natura perversa, avevano lasciato fuori dalle porte.
Perdeva però il senno ogni ora di più osservando quel suo tesoro rubato, ad ogni occhiata la follia, seduta lì accanto, afferrava il senno per un braccio e lo mandava sempre più lontano finchè un giorno andò così lontano che non tornò più e la creatura divenne presto preda di pensieri oscuri. 
Viveva in quell’ isolato villaggio di gente alta, un giovane sagrestano che aveva osservato per tutti i giorni quella strana presenza in preda al delirio che teneva in mano dei fiori belli come il sole, non riusciva a comprendere da dove venissero quei fiori così belli anche se velati da mestizia, ch'egli non aveva mai visto così in alto sulle sue montagne. Volle perciò una notte rimanere sveglio a spiare per conoscere almeno le abitudini dell’ombrosa creatura, essendosi disteso dietro il fontanile, aspettò di vederla camminare lungo la via del villaggio ed apprendere del misterioso viaggio di quei fiori. Ma quella notte la follia aveva aperto gli occhi  alla creatura su di sé ed ogni oscuro pensiero aveva preso forma e foggia irreali, come se i pensieri mutassero in demoni implacabili ad ogni suo passo; si chinò, si inginocchiò a terra e scivolò via dal villaggio strisciando che pareva una lucertola e abbandonando quel tesoro che mai avrebbe potuto dir suo e maledicendo chiunque. La follia dietro, fino in fondo alla valle ed oltre, fino alla pianura, fino alle grandi città grigie e nebbiose, dove si fermò.
Il giovane sagrestano si avvicinò al sacco abbandonato ed ai bellissimi fiori che erano sparsi a terra, comprese subito che tale fulgore e tale bellezza non si potevano né rubare, né tenere ma solo ricevere in dono; li raccolse dentro il sacco che chiuse con cura, se lo caricò sulle spalle e salì sulla montagna prima che facesse giorno e che la curiosità della gente si destasse arzilla ed invadente; quando arrivò sotto il colle e vide il lago verde in lontananza poggiò il sacco su un masso e tornò al villaggio.
Gli gnomi nel frattempo, benché indispettiti dal furto, avevano mantenuto la loro proverbiale pacatezza, riponendo giusta fiducia nel lavoro che la Follia, guardiano affidabile delle cose meravigliose, avrebbe portato a termine. Solsepio si diede animo e lavorò come non mai al suo campo di calendula che, anch’essa, fedele sarebbe rifiorita il mese dopo, finché una luminosa mattina alcuni gnomi videro quel giovane della gente alta restituire il tesoro trafugato giorni prima e cantando lo riportarono fin su al bosco accanto al lago verde.
Quale fu la soddisfazione del piccolo popolo nel veder che tutto aveva seguito il suo corso come doveva rimase nei racconti per molti anni, soprattutto perché, alcuni tra di loro, Solsepio incluso, sospettavano che questa volta il furto fosse stato opera di una creatura tanto malvagia  ed infima da usare a suo tornaconto le arti della stregoneria  a fin di male, avendo ritrovato sulle sponde del lago la zattera di maggiociondolo che era ben noto legno caro a stregoni e streghe.
Restituiti i fiori di calendula a Solsepio egli subito trasse il suo mortaio e si mise a preparare con essi dei miscugli, ad ogni buon animo andava reso un servigio, ragion di più quando da esso si era ricevuto un gesto di gentilezza gratuita. Decise perciò di ricambiare il limpido gesto  di quel giovane della gente alta con la sua arte e la sua magica calendula, offrendo in cambio una polvere prodigiosa contro gli strali della sventura ed una contro l’oscurità. Lo gnomo infatti sapeva che delle creature nate buie e rapaci non ci si può mai fidare, poiché esse maledicono il mondo che non concede loro  di appagare la loro feroce bramosia e la loro avidità.
Tritò dunque nel mortaio prima una parte di Calendula, una parte di Issopo, una parte di Verbena, mezza di Artemisia. Raccolse la polvere in un’ampollina e la chiuse con un tappo di legno di cembro, poi la lasciò al sole per dieci ore. Dopodiché tritò finemente tre parti di Calendula, una di una di achillea, mezza di malva e una parte di Issopo. Ottenne così una polvere sottilissima che mise questa volta in un sacchetto di canapa. Infine con i nuovi fiori del mese fece una piccola ghirlanda ben augurale.
A metà mese, scesa una notte tiepida di novilunio, Solsepio prese la via del villaggio della gente alta, vi giunse che tutti dormivano, si avvicinò ad una modesta casupola accanto alla chiesa e sparse sulla soglia la polvere del sacchetto nascondendo invece in una fessura vicino all’uscio l’ampollina, poi, prima di far ritorno appose sulla porta la piccola ghirlanda di calendula, sorrise e se ne andò sussurrando : “La concordia degli spiriti è il bene più prezioso”.
Il giorno seguente quando il giovane sagrestano uscì di casa e vide la piccola ghirlanda ben augurante subito corse dentro a scrivere un biglietto : “Profondo è il mio ringraziamento. Lo stesso accadrebbe a me se fossi nato gnomo. Conoscerei la  presunzione degli uomini per la quale, tra le tante cose che intraprendono a danno di questo o quello. Essi s’inabissano anche sottoterra e rapinano a forza tutto ciò che trovano, dicendo che essa appartiene al genere umano, e che la natura gliela ha nascosta laggiù per gioco, in modo tale che essi debbano cercare dove tirarla fuori.”. Lo mise in un’altra fessura accanto alla porta e riprese a condurre la sua vita come aveva fatto prima.
La seconda notte del mese seguente Solsepio visitò nuovamente il villaggio e alla porta del sagrestano appese una nuova ghirlanda di calendula, vide il biglietto tra le pietre della casa e lo lesse, girò il foglietto e vi scrisse una risposta nella lingua della gente alta: “Di che ti meravigli? Se io fossi uomo quando non soltanto sarei persuaso che tutto ciò che esiste nel mondo non ha altro scopo che servirmi, riterrei anche che tutto il resto, accanto a me, non ha valore oppure non esiste…” e lo ripose nella fessura. Dopodiché ritornò alla sua arte e ai suoi studi, quanto ai suoi balli e canti come era sempre stato, se non che, ogni seconda notte del mese scendeva al villaggio e lasciava una risposta al bigliettino che trovava accanto nella fessura accanto alla porta dove appendeva la piccola ghirlanda di calendula.
Il giovane divenne uomo e visse per molti anni un’esistenza giusta e serena sulle sue montagne, fu d’esempio per molti tra la gente alta e trovò sempre un conforto, un sorriso, un sollievo, un delicato abbraccio che ristorava le ferite della pelle ma anche certe ferite interiori in una piccola fessura accanto alla sua porta. Con i risparmi comprò un piccolo fazzoletto di terra alla fine della strada e vi fece un grazioso giardino botanico, tutt’intorno, a forma di corona, coltivava bellissimi fiori di calendula, i quali, si diceva, aveva imparato ad utilizzare in pomate e oli per curare la gente del villaggio.
Quando aveva un’età veneranda giunse infine l’ultimo suo giorno in questo mondo, si accomiatò serenamente da questa vita con la luce negli occhi che era l’inizio del mese di giugno. Il luglio successivo sulla sua porta la gente del villaggio vide appese due piccole ghirlande di fiori di calendula e, tra il grande stupore di tutti, il fatto si ripetè per anni, poiché l’uomo ed il suo ricordo non svanirono nel cuore della creatura che gli era stata amica per tutta la vita.
Passarono gli anni e con essi l’abitudine della gente alta di badare al piccolo orto botanico alla fine della strada, molti di loro lasciarono persino il villaggio, ma dopo ogni inverno le calendule rifiorivano straordinariamente proprio là dove il giovane sagrestano le aveva piantate; ancor oggi semmai si fosse in grado di trovare quel villaggio tra i molti abbandonati si vedrebbero fiorire le calendule a forma di corona in fondo alla via.


Les petits nains de la montagne
La nuit font toute la besogne
pendant que dorment les bergers. 
(Émile Jaques-Dalcroze. Chansons populaires romandes, La ronde des petits nains)






Fine


©genepio

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