2/21/21

GNOMI E GENTE ALTA DI MONTAGNA - Tockié

 Questo racconto é dedicato a 

BARBARA GIROD, Figla della montagna a gressoney.

Tockié



Madame,
Je dépose très humblement à vos pieds ce recueil 
de légendes et de récits que j’ai glanés sur les bords du Lys, 
dans cette pittoresque vallée qui est Votre séjour de prédilection…
(Abbé Jean Jacques Christillin)

La valle era da tempi remoti conosciuta come Krämertal (valle dei mercanti) e così l’avevano sempre conosciuta. Alla testata della vallata, detta anticamente “Canton des Allemands”, vi erano luoghi dove una lingua  era scomparsa, soppiantata da un’altra e così via, dove rimanevano resti di vita semplice fatta di legno di larice. Quella parte di montagna, si diceva, era fatta di luoghi dove la primavera non offriva alcun albero fiorito né l’autunno delle spighe, ma le cui capanne erano piene del fieno prodotto in un’estate di pochi giorni. Così faceva la gente alta.

Altre creature però risiedevano tra i boschi, le cime, le nevi e le acque, e, depositari di un’antica saggezza, animavano di etere sfumature la natura del luogo.

Il dire comune rinforzava l’idea che la maggior parte di essi avesse i boschi come propria dimora per eccellenza, alcuni piccoli e vestiti di lana erano esseri bonari e socievoli che a volte si divertivano a farsi intravedere dai pastori e dai boscaioli della gente alta, altri poi erano anche molto acuti e custodivano una saggezza antica che, a volte, benché non così spesso come si potrebbe credere, condividevano con alcuni alpigiani. 

Pare che fu un gnomo silvano a scendere un giorno di anni or sono presso un villaggio di poche case della gente alta per insegnare a fare il bucato con la cenere del focolare ed un altro, incontrato mentre percorreva le coste della montagna alla ricerca di erba selvatica, a svelare il segreto per  lavorare il latte e farne burro, ricotta, formaggio. 

I più saggi ed anziani tra la gente alta insegnarono perciò, in questa valle, ad essere sempre gentili con gli gnomi, ricordavano, che un giorno essi avrebbero potuto, chi poteva negarlo, insegnare a qualche buon pastore come ottenere l’oro dai sassi e dal carbone di legna.

Questo divagare e ragionare su gente alta e gnomi, in questa valle dal piglio severo e dal delicato incanto, era costume anche di qualcuno tra gli gnomi che, dati tre volte cento anni, ricordavano di quando, gnomi ancora in tenera età, vivevano in assoluta pace e serenità in un luogo dove la segale cresceva rigogliosa e l’erba non ingialliva mai, al di là dei ghiacciai.


continua 

⇩⇩⇩


Fu allora che per cercare questa valle, sette giovani  tra la gente alta che viveva ai piedi del Grossen Eys, il grande ghiacciaio, in una piana rigogliosa di crescioni, scalarono l’eterna montagna, salirono fin su dove, nell’aria rarefatta dell’altezza, aggrappati ad un artiglio di roccia erta fuori dai ghiacci, videro apparire in lontananza la valle verdeggiante. Ma gli gnomi delle vette e delle nevi, ben più schivi e poco inclini alla fiducia, alzarono uno specchio di ghiaccio perenne su quella roccia della scoperta cosicché di quella valle non rimanesse che il riflesso e da quei ghiacci scendesse verso il fianco opposto un torrente che la gente alta, in basso, avrebbe chiamato Vispu, il fiume della valle perduta.
Koks era uno gnomo delle nevi, uno di quelli dal carattere più intrepido e audace, e per natura schivo e restio a prestar attenzione alla gente alta e ai loro affari.
Conosceva ogni singola crepa dei ghiacci eterni, scendeva e risaliva con gli sci vette e pendii innevati per indagare e amare ancora di più, se possibile, le sue terre alte. Quell'incredibile tesoro non per tutti, destinato ad essere compreso e valutato con fatica e che, dietro ogni valle, passato ogni colle, gli riservava sempre un incontro, un'epifania, un colpo di scena.
D’inverno soprattutto. 
Tra gli gnomi delle vette come tra quelli silvani e delle acque era ben noto il suo animo, la sua proverbiale audacia ed il suo spirito indomito, tutti sapevano che nemmeno le bufere di neve lo fermavano, o tantomeno lo impaurivano. Sapeva farsi piccolo, piccolissimo difronte alla maestosità della montagna e alla furia degli elementi che reggeva con saggezza ed ospitava con sublime tolleranza, essi, in cambio, gli passavano accanto e lo schivavano, ne apprezzavano la modestia e l’umiltà. Il gelo lo sfiorava soltanto, il vento gli girava intorno senza spingerlo a terra, la tempesta lo superava con un balzo lasciandogli solo il suo sibilo nelle orecchie, fortuito canto di battaglia divenuto ode.
Il Mons Silvius era il suo creatore e genitore, viveva sulle spalle della montagna all’unisono con i suoi respiri di roccia e ghiaccio, lui e gli gnomi delle vette sapevano bene quanto poco immobili erano le rocce, quanto esse muovevano passi lunghi millenni e conservavano l’eternità delle creature quanto delle genti.
Accadde un giorno di mezzo inverno che, mentre sciava in amabile solitudine, vide poco distante scendere dal Balmenhorn sulla schiena di una valanga caduta il giorno prima uno gnomo di quelle montagne, abile sugli sci e sulle nevi quanto lui.
“Mastro Balmen, è ferma?” gridò in direzione dell’altro gnomo il quale si fermò con una sorta si balzo e mezza piroetta,  piantò le racchette e rispose:
“Fermissima! Non da nemmeno più un sospiro, si è distesa qui , dormirà fino all’estate. Koks, sei tu, amico mio?”


“Sono io, Balmen, sono io…” e rispondendo prese a sciare verso di lui.
“ Mastro Koks, che piacere vederti!! Che dicono di bello le cime dal tuo punto di vista?”
“Che non bisogna pensare che l'acqua sia letale, dovremmo vedere il ghiaccio. Si muove secondo il suo istinto, ha la sua memoria, come se ricordasse di aver strangolato il mondo una volta e ne  avesse preso gusto; le valanghe lassù poi ci stanno mettendo settimane a prendere una decisione…”
“Parole sagge, lascerò come sempre che decidano con calma prima di tornare. A presto Koks, bada a te stesso.” disse Balmen e riprese a scivolare sulla schiena gobba della valanga addormentata.
Koks scese per un tratto dalla parte opposta quando s’imbatté in una figura seduta su uno spuntone di roccia che affiorava appena dalla neve, lo sguardo rivolto ad un confine che non esisteva, un’orizzonte da dove sembrava non volesse più tornare indietro; doveva essere della gente alta, non che ce ne fossero tanti su quelle nevi, anzi se ne vedevano raramente, ma non vi era alcun dubbio che appartenesse alla gente alta. Si avvicinò circospetto, schivo come per sua natura, tuttavia incuriosito. 
Non era vestita, imbellettata, imbalsamata, infiocchettata di tutto punto come ne aveva intraviste tante, molto più in basso, e che lo avevano irritato con il loro vociare inopportuno; pareva invece una creatura dal fare naturale, forse leggermente bizzarra tra la gente alta, ma se ne stava lì, silenziosa, attenta, gli occhi grandi, il respiro armonioso, sci, picca, pelli e ramponi accanto. Doveva pur significare qualcosa.
Poiché la curiosità è insubordinazione nella sua forma più pura, lo gnomo si avvicinò e la osservò da più vicino e le disse con tono spiccio:
“Che ci fai li seduta, sei caduta?”
La ragazza non sembrò né spaventarsi né credere di aver perso il senno durante la salita sulla pelle innevata della montagna, abbassò lo sguardo dal cielo verso lo gnomo e rispose soltanto con un filo di stupore : “No…mi sono seduta, ma non sono caduta”.
“Buon per te” rispose lo gnomo con tono sbrigativo “allora che ci fai lì seduta?”. 
Il fatto che non si fosse impaurita né avesse avuto alcun moto di mal sopportazione per la sua inusuale presenza lo predispose alla conversazione, fatto non scontato per uno gnomo delle nevi, ancor meno per lui.
Ma fu lei ha rivolgergli la parola per prima: “Sei un essere di queste montagne, non è vero?”
“Certo che lo sono, non mi vedi? Per chi mi hai preso… per una pernice? Ho visto Eselboden sette volte coltivato e sette volte ricoperto di boschi,  ho camminato per le città di Verra e di Lilha e, senti bene, ricordo anche il giorno quando quel misero viandante, chiedendo ospitalità, si fermò a Felik… tutti sanno com’è andata a finire… anche voi gente alta, lo sapete.” rispose lo gnomo dandosi una certa importanza.
“Potresti allora guidarmi su queste vette, farmi conoscere i loro segreti? Sei qualcuno di importante qui, mi pare di capire” chiese allora la ragazza alzandosi.
“Mastro Koks, per servirti. Qui, sotto i nostri piedi, ogni roccia e lassù, sulle nostre teste, tutte le stelle sanno che è vero! Ma saprai sciare bene da starmi dietro?”. Koks aveva intuito che di quella creatura ci si poteva fidare, aveva negli occhi e nelle movenze cenni inconfondibili di selvaticismo, uno gnomo sapeva riconoscerlo e trarre le sue conclusioni. 
Lei fece cenno di sì con la testa e prese a preparare gli sci.
“Buon per te. Dimmi però, prima di seguirmi, se conosci le sette regole del silenzio: prudenza, segretezza, rispetto, sogno…”
“…bizzarra, metamorfosi e malinconia.” concluse la ragazza.
Lo gnomo annuì, le fece un cenno ad indicarle di stargli dietro, puntò le bacchette e col un balzo prese a sciare. Lei dietro.
La montagna si innalzava maestosa e regale formando un grandioso arco che volgeva il fianco esterno verso la vita di alcune creature, quello interno verso un’altra. Percorsero prima il versante che aveva l’aspetto di una scoscesa muraglia rocciosa drappeggiata di ghiaccio, poi il versante che dominava sul mondo con  forme assai meno aspre ed era, in grandissima parte, ammantato da grandi ghiacciai, per questo tutti chiamavano questo re rouja, ovvero ghiacciaio. 
La grande montagna regalava il meglio di sé, sovrano magnanimo, mai despota, se non quando assalito senza rispetto:lo sguardo poteva contemplare i ghiacciai, le nevi eterne e le quindici vette, quindici cavalieri che facevano a gara per superarsi in altezza. Là, in alto, il migliore tra loro, secondo solo ad un re distante e ben più severo, austero ed impietoso, sorvegliava le sette vallate ai suoi piedi.
Entrambi lasciarono libero lo sguardo di librarsi dalla vertiginosa parete sud della montagna sulle vallate,  perdendosi  a cercare i vapori della pianura fino a risalire su montagne lontane.
La montagna stessa istruiva i loro animi, consegnava loro ricordi e voci che non li avrebbero abbandonati, li rendeva umili custodi di verità immense, li rendeva prodi conquistatori di passioni preziose e di amori silenziosi. Li affrancava, in attimi lunghi un’eternità, da gioghi spietati ed invisibili che mordevano lo spirito più di quanto il tempo mordesse le carni.
Ecco la montagna accudire i suoi figli, tenerli sulle spalle per far loro vedere il mondo dall’alto, isolarli dal mondo febbrile, farnetico e convulso per guarirli, renderli forti, sani perché potessero andare per il mondo senza cadere lungo la via.
Saggio sovrano e amabile genitore non li avrebbe imprigionati tra ghiacci taglienti e rocce appuntite ma li avrebbe legati a sé con vincoli d’amore indissolubili, con richiami ineluttabili ed imperiosi , avrebbe fatto loro dono di ricordi aurei, dal titolo magnanimo, ed essi avrebbero sempre fatto ritorno ad inginocchiarsi ai suoi piedi come principi fedeli di un re eterno.
Quel formidabile girovagare non era mai stato per lo gnomo, né lo fu per la ragazza, una sfida, una prova di resistenza, un desiderio da appagare, ma piuttosto un’emozione improvvisa, un viaggio nel proprio animo e soprattutto fonte di un’irrazionale, incontenibile amore per quei luoghi tanto distanti dal mondo quando vicini ad alcune creature.
“Ora osserva attentamente”, disse lo gnomo sottovoce alla ragazza e, per il tempo di un soffio, oltre il punto dove i ghiacci specchiavano sé stessi, apparve una valle splendida e mirabile, inimitabile per bellezza ed inenarrabile per serenità.
Rimasero il tempo necessario perché la valle scomparisse nuovamente dietro lo specchio su quello spuntone roccioso. La roccia verso il ghiacciaio  presentava un modesto scivolo nevoso, mentre ad est precipitava con una altissima parete verso valle, poi lo gnomo disse alla ragazza: “Di lì, scendi, jeza (adesso).”
La ragazza comprese, non disse nulla, sorrise allo gnomo come pegno di gratitudine per i segreti rivelati.
Lo gnomo accennò un mezzo inchino, in segno di saluto, indicò con la mano la testa della vetta più alta dove si stava inorgogliendo una prima timida bufera e si accomiatò dicendo: “Quel che per taluni è sospetto, per noi è rispetto. Quello che è curiosità per i più, per noi è ammirazione”
Lo gnomo se ne andò sciando verso lo bufera.
La ragazza scese giù verso il paese della gente alta, tornò alla sua casa benché ormai la sua casa era la montagna intera.
Passò l’inverno. 
Fu un inverno severo, poco loquace, di quegli inverni che addestrano gli animi alla disciplina ed al raccoglimento; bufere che facevano la questua di preghiere per i viandanti che si attardavano in prossimità dei valichi, gelate che pungolavano gli gnomi silvani ad alimentare di legna i focolari e tanta, tantissima neve che rendeva euforici gli gnomi delle nevi. Ma, come tutti gli anni, ebbro ed appagato di conquista, l’inverno levò l’accampamento, la pernice, l’ermellino e la lepre smisero le vesti bianche; ricci, marmotte, scoiattoli e ghiri misero i nasi fuori dalle tane.
Spissen aveva trascorso l’inverno muovendosi su ripidi, scintillanti pendii di neve, incurante delle minacciose fasce di seracchi che si raccoglievano più in alto, sicuramente libero tra i più grandiosi ed impressionanti ambienti glaciali alpini. Non che fosse uno gnomo imprudente o sconsiderato, tutto’altro, brillava per acume e perspicacia, ma coltivava una particolare abitudine a rifuggire rumore e confusione, quasi a far concorrenza agli stambecchi.
Con la bella stagione diventava ammorbidiva il suo atteggiamento verso il mondo, pur continuando a selezionare con cura amicizie ed incontri occasionali.
Non scendeva fino ai campi coltivati a orzo e segale, né al maggengo, ma arrivava saltuariamente a qualche alpeggio, o alpò, come aveva imparato a chiamare gli alti pascoli della gente alta, poi risaliva a riposare accanto ai laghetti alpini.
“Mastro Spissen, io torno più in alto verso le cime, vedo se oggi mi capita di trovare qualcosa…sali con me?” chiese Lhotse che lo aveva incontrato mentre pareva girovagare senza metà sulle balze erbose di un vallone riparato.
“No, amico mio, vai pure. Qui c´è quiete, mi fermo un po’. Qui sto bene, qui i prati sono freschi e puri, il sole fa luce all’ombra e l’ombra rinfresca il sole, si fanno del bene l’un l’altro qui, come creature buone e gentili.” Lhotse lo salutò e prese a salire con balzi cadenzati e veloci, preso com’era, ogni giorno, a cercar qualcosa.
Spissen  invece raggiunse un piccolo laghetto, poco più di uno stagno, si appoggiò leggermente a sinistra e prese a risalire un pendio erboso dirigendosi per facili dossi verso il fondo del vallone, lì trovò, in una conca, il laghetto accogliente da dove si vedeva bene la punta dell’uomo storto, si mise dietro un sasso e si addormentò.
Non passò molto tempo che il rumore di un tuffo lo destò dal sonno, saltò in piedi e salì sulla pietra per vedere cosa mai in quel luogo appartato aveva potuto tirare per i piedi il suo riposare.
“Per tutti i laghi verdi e blu, cos’è mai questo tonfo??! Forse che la montagna ha deciso di lanciare gli stambecchi giù dalle cime e far centro in questa pozza?!!!” Esclamò contrariato, saltò giù dal sasso avvicinandosi vide che nelle limpide acque alpine stava nuotando quella che pareva essere una ragazza, una della gente alta insomma.
Si guardò intorno: era sola, incurante della fredda carezza delle acque più vicine al cielo che alla terra, bizzarra creatura, si avvicinò con cautela e quando lei uscì la apostrofò: “ Si potrebbe dire che qualcuno vada per pozze alpine a disturbare il sonno del piccolo popolo, non è certo, ovvio, nessuno l’ha mai scritto sui libri di storia, ma lo possiamo supporre…Tu, con i capelli così lunghi, ne sai qualcosa?”
La ragazza sorrise, come se avesse esperienza degli incontri con gli gnomi montani e, particolarmente, del brusco modo di fare di quelli delle cime: “ Sei uno gnomo delle cime? Mi spiace averti disturbato…”
“Chi vuoi che sia, un gallo forcello che si è perso? Dimmi, quante volte sono venuto a spruzzar fuori l’acqua dalle tinozze della gente alta quando dormivi?” ribattè Spissen.
“Mai!” disse lei divertita e sempre sorridente.
“Giusto!  E non per non svegliarti, ma perché l’acqua mi piace da fuori e non da dentro. Sai cosa sogna l’acqua che dorme?” Lo gnomo, vedendo che veniva trattato con gentilezza e che la giovane non si agitava né cercava di prenderlo o colpirlo, si concesse una breve conversazione estiva.
“Che cosa? - chiese lei - che cosa sogna?”
“Sogna di essere ghiaccio che va a sciogliersi i capelli nelle cascate.” Rispose lo gnomo e proseguì: “Se hai imparato ad addomesticare le rocce o loro a addomesticare te, ora dovresti imparare ad ascoltare le acque. Se vi è una magia su questo pianeta, è contenuta nell’acqua, senz’acqua non fiorisce nessun prato come senza senza lacrime non fiorisce nessuna anima. Shh… Ascolta… Gïduld bringt roose (la pazienza porta rose)…”
Mai un’acqua alla ragazza era tanto piaciuta come quella, mai aveva sentito così forte e così chiara la voce ed il significato dell’acqua che si muoveva. Le sembrava che quel laghetto alpino, piccolo, solitario ed accorto avesse qualcosa di speciale da dirle, qualcosa che lei ancora non poteva sapere ma che l’incanto dello gnomo le avrebbe insegnato ad ascoltare, qualcosa che aspettava proprio lei. 
Così fu. Si addormentò ed al suo risveglio riuscì soltanto a ricordare lo gnomo che, camminando all’indietro, faceva un mezzo inchino dicendo: “Mastro Spissen, per servirti…”, poi si voltò e scomparve tanto veloce quant’era apparso.
L’acqua che scendeva dalla montagna e la ragazza non smisero più di parlarsi.
Gli gnomi sapevano che l’acqua che scivolava tra le dita dei monti faceva sì che penetrasse nelle creature il sale più segreto della terra e la pioggia del cielo, quel giorno uno gnomo schivo ed acuto aveva condiviso il suo arcano con una figlia della montagna.
Spissen era risalito lungo una via dove il paesaggio emanava calma, nonostante i contrasti che imponeva ad ogni passo. Nulla pareva eccessivamente straordinario, ma tutto era imprevisto cosicché non si poteva definire da dove venisse il suo fascino. La roccia austera si alternava ovunque con la prateria e l’alzarsi dei larici e degli abeti sparsi come capretti giocosi interrompevano l’uniformità dei prati ed ammorbidivano le creste frastagliate della montagna. Salendo più su tutto intorno le rocce spaccate avevano l’aria di piegarsi e torcersi sotto lo sguardo attento del sole. Le loro forme e sfumature prendevano tinte infinite, contrasti sorprendenti.  
Vi era una grotta nascosta tra due graziosi laghi sulle alture del vallone, lo gnomo si sedette sopra una roccia che dominava a picco la valle, da dove poteva scorgere tutto ciò che accadeva, poi si girò verso la cima della montagna e sorrise. 
Anche la montagna sorrise. Entrambi sapevano che dall’alto bisogna saper scendere e dal basso bisogna sempre imparare a salire, la montagna lo insegnava e le sue creature lo apprendevano. 
Così si cava l’oro dai sassi.

Ho visto ancora del pane di segale duro come sasso, cotto a questo Natale; 
il quale è cosa molto maravigliosa da vedere. 
(Joachim de Annono, 1555)

Fine


©genepio

Tutti i diritti sono riservati. Qualsiasi riproduzione, anche parziale, senza autorizzazione dell'autore non è consentita.

No comments:

Post a Comment

every opinion is fruitful

GNOMICHE RICETTE DI MONTAGNA

Porridge di avena e farina di castagne Le castagne sono frutti ricchi di fibre, minerali e acido folico, utili in caso di stanchezza. Ingred...