2/14/21

GNOMI E GENTE ALTA DI MONTAGNA - Il berretto rosso

 Questo racconto é dedicato a 

LES TISSERANDS, Tessitori a valgrisenche.

Il berretto rosso


"A Valgrisenche on y va ni par mer ni par terre mais par rocs et par pierres”. 

(Canonico Bethaz)


Griso, Fioucat e Gratus sono realizzati interamente con lana e tessuti di "Les Tisserands"
 

La forza, profonda convinzione degli gnomi della vallata, non è magia ma nasce dalla saggezza, dalla conoscenza delle leggi della natura, poi si fanno strada dedizione e coraggio, che si aiutano vicendevolmente. Tra vette grandiose e splendidi ghiacciai, alcuni gnomi lì vivevano da secoli ammaliati dal colore grigio e dall’argento delle pareti rocciose che fiancheggiavano la valle per tutta la sua lunghezza, al centro delle montagne una volta abitate dal popolo alto dei Graioceli, ragion percui alcuni tra la gente alta l’avevano chiamata anche Vallis Graia. 

Ma questi erano dettagli. 

Essi invece ricordavano bene che alcuni pastori, non gnomi, tra le gente alta che abita oltre il Col du Mont, risalivano il vallone con le mandrie si quando accorsero che una mucca di colore grigio lasciava per ore la mandria e ritornava sempre sazia e ben pasciuta. 

Gli gnomi al di qui del colle la vedevano pascolare beata nella valle ammantata da fertili pascoli, adornati di fiori e disegnati da scintillanti ruscelli che correvano saltando e chiacchierando scendendo dai ghiacciai perenni.

Un giorno quella gente alta decise di seguire la mucca grigia, saliti da La Motte giunsero al Col du Mont e lì i loro occhi si aprirono sull’incanto della valle che, in onore di colei che la scoprì, decisero di chiamare "Vallée de la vache grise" che, con l'andare del tempo, divenne Valgrisenche. 

Questo per quel che riguarda la gente alta, loro, gli gnomi, si limitavano a commentare con un sorriso complice: “com’ è grisa la Valgrisa oggi!”

Non era difficile immaginare perché si trovassero tanto bene sui pendii di quella valle, rimasta isolata e poco abitata, rivolta all’envers e accessibile per un passaggio angusto e battuto dalle valanghe, ma scrigno di magia e quindi forte come le rocce grigie che la avvolgevano e la custodivano come una gemma.


continua 

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Griso, ad esempio, viveva sulla destra del torrente che nasceva alle falde del ghiacciaio della Glairetta e solcava la vallata; per tornare al luogo che lui chiamava casa bisognava continuare a costeggiare il torrente, prendere il sentiero che si arrampicava nel bosco misto di abeti e larici, tra i  tronchi dei quali si potevano scovare i buchi scavati dal becco appuntito del picchio rosso.

Era uno gnomo silvano, dicevano di lui che conoscesse l’arte della pastorizia, che fosse un maestro dell’arte casearia e depositario di antiche conoscenze. Era nato ai bordi dei pascoli delle pecore che imbiancavano l’erba estiva come una spuma d’acqua pulita, da giovane gnomo si aggirava tra le loro zampe asciutte ma robuste, bianche o con macchie che andavano dal fulvo rossastro al nero, gli zoccoli solidi, neri o con striature giallo avorio; attraversato il gregge le guardava e sorrideva come se le avesse create lui con il suo soffio, proprio come quando soffiava sulle sfere piumose del tarassaco in primavera. 

Amava le pecore e non mancava di riflettere sul fatto che non pareva tanto la gente alta il guardiano delle greggi, ma le greggi guardiani del popolo alto, perché quelle parevano molto più libere di questo. Vivevano nel loro paradiso, disseminato qua e là da qualche piccola abitazione di e pietra abbandonate, non raggiunte da strade, luoghi particolari in cui i segni della fatica della montagna facevano eco. Brucavano erba spontanea nata sotto l' ombra di querce, frassini e castagni, mantenevano puliti pascoli e sentieri dimenticati. Tralasciando le sue considerazioni sulla vita e sulle genti, è doveroso invece fare menzione del suo appassionato ed incondizionato amore per la lana di tosa, il suo cappello ed i suoi abiti erano infatti tessuti solo con la lana di tosa, ad alcuni diceva che  era il vento del nord che aveva tessuto i vestiti che portava: “E io vi dico, sì, che è stato il vento del nord! La neve il suo telaio ed i pascoli la sua trama.” Il vento allora rideva in mezzo al bosco.

In realtà il suo più prezioso collaboratore per quel che riguardava la lana dei suoi abiti era Fioucat, uno gnomo dei pascoli che aveva perfezionato nel tempo la conoscenza delle pecore e l’arte della tosatura. Non per nulla tutti lo chiamavano Fioucat che significa fiocco di lana, di neve o piccolo gregge in franco provenzale, e, fosse o meno quello il suo vero nome, ormai anche lui si presentava come Fioucat. 


Viveva in armoniosa tranquillità tra le pietre dei villaggio di Uselêres, tra erbe, pietre ed acque ed acrobazie di tosatura che raccontava di fronte ad un paiolo che bolliva quando fuori nevicava.

Si narrava tra gli gnomi della vallata che nel tosare la parte di lana a lui necessaria fosse veloce quanto uno scoiattolo in ritirata con un bottino di ghiande.

Forse lassù la percezione del mondo non dipendeva solo dai luoghi, ma anche dall'andatura. Se si andava lento le  notti si popolavano di grilli, belati, fumo di legno, erbe aromatiche e stelle.

D'inverno ci si addormentava circondati di livida luce lunare, odore di lana cardata,  bevande bollenti e sogni caldi, quelli dove le creature hanno l’odore della vita.

La vita solitaria della montagna coi suoi silenzi attoniti e quel piccolo cerchio di gnomi che venivano a prendere un pò di lana,  facevano si che egli possedesse quell’istintivo senso di temperanza, che era poi il segno visibile di una personale compiutezza spirituale.

Tagliava la lana due volte, in autunno appena gli animali scendevano dall’alpeggio così la lana era più pulita e in primavera, verso aprile, preferibilmente all’ultimo quarto, in luna “dura”.Poi provvedeva a lavare la lana nei corsi d’acqua e poi asciugarla, quindi la sgrassava e la batteva con bastoni. Ma non solo, eseguite queste operazioni preliminari, la cardava con appositi strumenti per sfilacciare i fiocchi di lana, ordinando le fibre per permetterne la filatura.

Aveva cardato lana fino al giorno prima quando Griso passò a fargli visita.

“Mastro Fioucat! Il sole è già alto e la lana è già cardata si dice tra questi sassi. Cosa ne pensi se mi facessi un nuovo berretto rosso?”

“Direi che ci sarà pur un motivo per farlo rosso, mastro Griso” rispose Fioucat.

“In verità non c’è, ma possiamo trovarne sempre uno…”

“Direi di sì, vicino, imparare una nuova abitudine è tutto, la vita non è altro che un tessuto di abitudini.” concluse Fioucat, poi aggiunse: “La solita lana da tessere vicino?”

“Giusto quella per farci un berretto, mastro Fioucat, poi risalirò il pendio fin su verso il bosco a cercare mastro Gratus per chiedergli di tessermi un bel berretto rosso come il suo.” rispose Griso.

Gratus, gnomo silvano, era infatti esperto nell’arte del tessere e del tingere.

Era uno gnomo piccolo, curioso ed operoso che viveva, secondo i più, al bivio tra la via di un colle e quella di lago. D’estate faceva visita alle pecore al pascolo e d’inverno tesseva ceste di lana di tosa per farne guanti, maglie, sciarpe, giacche, calze, braghe e berretti per gli altri gnomi, per quando il vento sarebbe andato a braccetto col gelo, proprio il suo berretto rosso, dopo una nevicata, spuntava dalla neve quando lui scendeva per primo da Bonne al capoluogo per andare a vedere i tessuti di lana che la gente alta in quella valle sapeva produrre in maniera strabiliante, da far invidia a uno gnomo altrettanto esperto. 


Ma Gratus non provava alcuna invidia né gelosia per quelle abili mani tra la gente alta, anzi ne apprezzava l’ingenio e la maestria, nonché la volontà di custodire una tradizione preziosa al riparo dal logorio impietoso del tempo troppo spesso smemorato; a volte, dopo aver messo il naso dentro il laboratorio, si regalava il piacere di lasciare accanto alla porta un pezzo di lana lavorata con la sua immaginazione, la sua arte e tutti quei pensieri che erano scivolati tra la trama e l’ordito, che sapevano di cielo, muschi e libertà quanto di eterni orizzonti e segreti custoditi.
Tornando a Griso, prese la sua lana e si accomiatò ringraziando Fioucat, passò la Cappella di Chatelet, quella ricostruita dalla gente alta quando decisero di sommergere quella antica di Fornet con le acque del grande lago che aveva messo le briglie e addomesticato il torrente tenendolo placido e rispettoso.
Lo gnomo ricordava le proteste e le resistenze della gente alta quando  furono evacuati cinque villaggi popolati tutto l’anno: Beauregard, Sevey, Supleun, Fornet e Chappuis, destinati ad essere sommersi e cancellati dal tempo. Dal tempo sì, ma forse non dalla memoria, a volte la gente alta sa percorrere all’indietro i suoi passi e poi gli gnomi da lì non se ne erano mai andati  e riconoscevano sempre un modo di vivere che odorava d’antico. 
Proseguì su per il pendio mettendo in conto di dover cercare Gratus se non lo avesse trovato in casa e di dover salire lungo il cammino per il lago di San Grato fino al punto in cui i due sentieri si separavano e dove gli gnomi si fermavano d’estate a rinfrescarsi sotto il ponte per poi salire spediti fino all’ultimo strappo che conduceva in al Col du Mont, con la possibile traversata, seppure breve, di tratti innevati. 
Fu invece fortunato e trovò lo gnomo ai margini del bosco. Era verosimile che, come d’abitudine, mentre si aggirava nel bosco in cerca di ispirazione per tessere, si fosse sistemato comodamente su una radice, intuì la sua presenza affacciarsi da dietro un larice. 

“Mastro Gratus pare non si da queste parti oggi…” disse ad alta voce Griso per destare lo gnomo dalle sue occupazioni.
“E io, chi sarei..?!?” si alzò lesto lo gnomo da sotto il larice.
“Mastro Gratus, per l’appunto, proprio te andavo cercando.” rispose Griso
Lo gnomo saltò fuori da dietro il tronco dell’albero e si avvicinò con una cesta per la lana braccio che aveva in animo di tingere quel giorno: “Devo tingere! Vedi, devo tingere…” ripeteva sempre, trascurando ogni altra cosa.
“Mastro Gratus lo so, ti porto appunto altra lana da tingere e tessere! Faresti di me uno gnomo orgoglioso di possedere un berretto rosso come il tuo?”
“Griso, amico mio, benché giù al paese della gente alta la mia presenza avrebbe potuto a volte  essere dipinta con una certa diffidenza, sono invece riconosciuto come una creatura di una grande maestria, di un profondo rispetto della montagna in cui vivo e di una straordinaria abilità e fantasia nel tessere. Ti farò un berretto degno di essere riconosciuto in tutta la valle.”
Griso consegnò la lana all’amico e questi gli diede appuntamento dopo una settimana esatta, o più o meno i giorni che stanno in una settimana, oppure le notti, insomma dopo un pò di tempo, alla maniera degli gnomi silvani.
E quel tempo passò scivolando tra le fronde degli alberi, sfiorando le pietre, sbattendo su qualche roccia, piegando erbe profumate, rincorrendo gorghi d’acqua, respirando i capricci del vento, scendendo dalle cime dove finiva col perdersi.
Il berretto di lana rossa era poggiato su una fetta di tronco, aveva il piglio e la dignità di un cuore intrepido, grazie alla maestria con cui Gratus aveva tinto e tessuto la lana pareva portare in sé  tutte le sfumature del rosso: a guardarlo bene lo si poteva dire vermiglio o ciliegia, scarlatto, fragola, oppure cinabro, cardinale, carminio, corallo, ed ancora porpora, rubino, bordeaux, vinaccia.
Griso era entusiasta e tanto gli pareva bello e benfatto che decise che lo avrebbe indossato solo nei giorni di festa, o in qualunque momento avesse ritenuto giusto per festeggiare qualcosa o qualcuno. Innumerevoli furono i ringraziamenti, ancora di più i gesti e le parole di entusiasmo. Quanto poteva rendere felice un berretto di lana rossa, certo non un berretto di una qualsiasi lana rossa poteva suscitare tanto entusiasmo ma quel berretto sì! Forse non era solo per il berretto ed il suo colore, forse era perché lo gnomo intuiva, sentiva, vedeva ed ascoltava le storie che quella lana portava con sé e affidava al berretto rosso. Storie antiche e arcane costruite, parola dopo parola, filo dopo filo, fiocco dopo fiocco, con la materia dei ricordi e gli attrezzi della tradizione. 
Era in quel tessere che poteva sentire il ritmo delle mani, annusare e toccare la natura come fonte primaria di un oggetto reso speciale perché preso in prestito dalla montagna, non rubato; scoprire infine quel sottile ed indissolubile legame tra gnomi, materia e creature, montagna e, perché no, gente alta.
Gente alta che aveva ricevuto in dono la capacità di non dimenticare, anche quando le fauci di un progresso smodato e sgomitante avevano morso la vallata per berne le acque limpide, erano rimasti saldi alle loro rocce, come le loro rocce, come quel Jean Sulpice che aveva protetto nello scrigno del suo animo l’amore per quella terra in bilico sulle spalle dei monti e il legame per il mestiere che aveva fatto della sua gente abili ed operosi tessitori; i loro draps si ergevano come vessilli a proteggere questa gente alta da un mondo in corsa senza freno   ed essi, come in un vincolo sacro, proteggevano i draps affinché l’insaziabile voracità di un consumo veloce, senza  rispetto e qualità, omologato e privo di passione non se li portasse via.

Gente alta di montagna che aveva saputo tenersi con le mani strette alle radici per poter andar per mondo senza dimenticare o perdere la via del ritorno a casa.
Questo gli gnomi lo capivano bene, loro che era per natura custodi e memori dell’essenza della vita tra i monti, colta ad ogni respiro della montagna, fresco d’acqua d’estate, incurante d’inverno quand’era coperto dai sibili delle valanghe.
Per questo capitava non raramente che gli gnomi si aggirassero curiosi in paese o tra le case, così fece anche Griso che il giorno dopo volle scendere verso il paese e posare il suo berretto della festa per qualche minuto accanto alla porta del laboratorio cosicché anche la gente alta che li lavorava la lana poteva vederlo ed apprezzare quanto lui ne andasse fiero.
Perché lassù, tra il grigio delle rocce, quel tocco di rosso scaldava lo spirito e i cuori.
Ora, gli gnomi sanno mantenere i segreti più di ogni altra cosa, quindi non  è dato sapere se il misterioso segreto di quel colore Gratus lo avesse appreso dalla gente alta o la gente alta da lui e probabilmente questo poco importa, quel che era certo invece era che nella vallata i berretti rossi da festa diventato presto da due a dieci e forse ancora di più. 
Ma anche i tessuti di lana rossa della gente alta meravigliavano per bellezza e qualità,  con la poesia delle bacche di biancospino che spuntano dalla neve, e non solo quelli rossi, altri restituivano i colori della natura ad ogni respiro della montagna
In quella valle così selvaggia ed autentica ma anche prezioso forziere di fulgide cappelle, piccoli camei di arte alpina vivevano lo splendore della sacralità della tradizione in una natura abbagliante dove persino il cielo si faceva palpabile, si dice poi che in alcuni giorni dell’anno, sui prati o sulla neve, spuntassero veloci dei minuscoli berretti di lana rossa.


Fine


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