2/28/21

GNOMI E GENTE ALTA DI MONTAGNA - Ar ni ack ha

 

AR NI ACK HA

N’est-ce pas là tout, en effet, et que désirer au delà ? Un petit jardin pour se promener, et l’immensité pour rêver. À ses pieds ce qu’on peut cultiver et cueillir ; sur sa tête ce qu’on peut étudier et méditer ; quelques fleurs sur la terre et toutes les étoiles dans le ciel. 

(Victor Hugo)


Viscalbus

La neve sulle alture della terra è ospite in ogni stagione. 

Ma l'estate, la terra si scaldava di vita anche lassù  e non aveva un piglio tanto ospitale nemmeno per la neve; alcuni fiocchi provavano a svolazzare radi trattenuti a lungo in aria, imbrogliati dal vento, appena  potevano sfiorare la cima delle erbe che si scioglievano e svanivano, come gli gnomi silvani quando vanno a letto. Tuttavia gli gnomi del luogo dediti alla raccolta e alla coltivazione delle erbe li guardavano con sospetto temendo che un capriccio di stagione non li piantasse seriamente sulla terra, quando i colli delle montagne si coprivano di bianco per lo spazio di due giorni c'era da temere che la terra non si riprendesse più, quando l'estate precipitava di colpo nell'inverno e la neve sparpagliava presagi di tempi rigidissimi. Gli gnomi delle cime usavano dire che lassù l'anno ha due sole stagioni: le estreme, essi erano infatti creature libere, a volte incostanti, spesso solitarie facilmente scostanti e guardinghe, di poche parole e di celate dolcezze.

Non che, per la maggioranza, non fossero creature benevole e sagge come tutti gli gnomi, anzi ne possedevano tutte le caratteristiche, erano tra l’altro degli ottimi inventori, artigiani, alchimisti e grandi conoscitori delle erbe e dei metalli con i quali ricavano rimedi per curare le malattie, semplicemente a differenza di quelli che avevano un carattere gioviale e simpatico, alcuni di essi erano timidi e diffidenti, e se non erano dotati di un gran senso dell’umorismo amavano comunque i giochi di parole e qualche  trucco.

Tra questi gnomi alcuni erano erano selvatici esploratori delle rocce più aspre, altri modulavano il loro animo nella conoscenza delle erbe e dei loro benefici.

Uno di essi godeva di grande fama tra il piccolo popolo alpino, attento e profondo conoscitore delle erbe e delle loro proprietà, ne raccoglieva sia lassù in alto, sia scendeva verso i boschi e, oltre a quelle che vi crescevano spontaneamente, ne coltivava alcune con perizia e sapienza antica., che gli erano utili per infusi e pomate. Viscalbus era uno gnomo dal carattere guardingo ma ciò che lo contraddistingueva era il suo non rifiutare mai un aiuto, un consiglio, una cura.


continua 

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Certo sapeva che come in Giugno l'ultima pelle della neve covava alcune erbe già vigorose e quasi fiorite, in modo che, da un giorno all’altro, dove prima era tutto bianco, la montagna dipingeva una tela tutta screziata di colori vivi, così in Settembre e, sventuratamente a volte anche a sul finire d’Agosto, una sola notte trasfigurava i ripidi pendii ritrasformando il giardino in candido deserto. 
La primavera lassù non portava le sue cangianti trasparenze e l’autunno spesso disdegnava di languirvi, il rincorrersi delle stagioni appariva aspro e violento come la forma di quei luoghi. 
E con il passo delle stagioni, la vita degli gnomi che l'accompagnava e ne conseguiva. A Giugno, spesso, in un solo giorno raggiungevano le alture tutti gli abitatori estivi, si aprivano file di gnomi disparati, si riempivano gli anfratti del popolo tranquillo e taciturno degli gnomi delle rocce e i rari pianori del gregge dei silvani. A Settembre, invece, bastava un solo giorno a rarefare  animali e gnomi, chiusi le capanne e i ricoveri, divenivano muti tutti gli echi delle montagne, tuttavia la giornata della partenza era festosa. 
Fu un giorno di quelli, che sia lo scorrere dei fatti a svelare di quale mese, che appena lasciati i deserti nevosi, i luoghi alpini gli sorridevano con un tranquillo aspetto pastorale. La valle si rompeva ai suoi occhi in più rami come un tiglio enorme, e fra un ramo e l’altro invece delle foglie una pianura pacifica, una conca verde dove il torrente correva quieto come un ruscello e spesso divagava in lussuriose conversazioni con la folta vegetazione. Adagiati serenamente alcuni chiari villaggi della gente alta, molti dei quali non avevano di villaggio che il nome o il campanile, tanto le case si sparpagliavano, come capanne di gnomi,  qua e là a cercare la parte di sole di cui tutte volevano la sua parte. Sembrava che ogni montagna cercasse senza sosta un punto sicuro dove mettere i piedi, cosicché tutte, una dopo l'altra affondavano la base e la smarrivano in un’enorme voragine. Se volgeva lo sguardo da un lato i pendii opposti si avventavano l'uno sull'altro e incassavano il torrente non più  ammorbiditi da una foresta fitta d'abeti o da un bel cuscino dei prati, ma inaspriti da rovine di massi titanici; là sapeva crescere alcune piante medicamentose, tra la vegetazione arborea, dove si consumavano insieme gli ultimi pini, le prime querce e i primi noci.
Cime candide e burroni profondi, solcati da rivoli d’acqua d'argento, ghiacci scintillanti si stagliavano sopra la sua testa mentre passava sotto un costone roccioso quando improvvisamente un sasso si staccò dall’alto e, rotolando ebbro di conquistata libertà, colpì ad una gamba un pastore della gente alta che camminava nascosto in quell'ora fra le brune pareti dei monti. Il pover’uomo perse l’equilibrio e scivolò a lato di uno stretto sentiero, tentò subito di rialzarsi e camminare finché, non po­tendo reggere al dolore che provava nell'andar lontano da dov’era caduto, temendo per la sua vita chiese che gli fosse concesso di poter tornare ancora sulla sua montagna, perché non v'era altra cosa al mondo che potesse amare più di quella.
Lo gnomo fu colto da vibrante compassione, come se una sorta di empatia lo legasse a quella creatura alta e sfortunata. Si dice che le voci dell’acqua, del vento e delle pietre parlassero alle anime in modo mi­sterioso; la nebbia che saliva dai valloni, quando veniva sospinta dal vento sui ghiacciai, imparava a prendere la forma e l’aspetto di figu­re soprannaturali e qualche volta, gli uomini, credevano di vedere realmente le streghe, i balli delle fate e cose come le processioni dei morti. Lì, al pastore, confuso per la caduta e per il dolore, parve di vedere un essere elementare delle montagne passargli accanto, sfiorarlo appena con la sua barba mentre cercava di guardarlo negli occhi. Bisogna ricordare qui che gli gnomi conoscono molti trucchi per dissimulare la loro presenza e far credere di essere altrove quando sono prossimi, come sono in grado di avvicinarsi senza essere visti e di confondere le menti per poter operare in tranquillità, o semplicemente transitare senza attirare troppa curiosità.

Viscalbus aveva con sé un unguento di fiori essiccati, gialli e arancioni, molto simili in forma e dimensione alle margherite, di arnica montana, la pianta che non sopportava i grandi caldi e aveva bisogno di crescere lontano dai calori estivi, ne applicò una buona quantità sulla gamba gonfia e dolorante del pastore, cercando di tenerlo tranquillo ripetendo con tono cantilenante: “Ar ni ack ha!”. L’uomo si abbandonò ad sonno profondo e quando riacquistò coscienza la sua gamba era guarita, lo gnomo svanito.
Egli ignorava il secolare e meraviglioso viaggio degli antichi ghiacciai, dopo la sua straordinaria avventura, confusa tra sogno e realtà, avrebbe perciò immagi­nato un racconto nuovo intorno ai massi erratici, che avrebbe detto trasportati dai demoni e, tornando la sera verso il suo villaggio natio, avrebbe guardato con sgomento i fuo­chi fatui erranti e avrebbe narrato intorno ad essi casi strani, di piccoli esseri misteriosi che apparivano con benevolenza e sembrava avessero padronanza dell’arte della medicina.
Lo gnomo invece per modestia o per semplicità di animo diede per scontato che essere d’aiuto ad una qualsiasi creatura in difficoltà fosse un gesto tanto normale e naturale da non dover nemmeno essere menzionato. 
Proseguì come era solito fare, a vedere i fiori e le erbe che custodiva e che amava osservare crescere con le loro fibre scrigni di preziosi doni. Passò dove fiorivano le piccole nigritelle che non si facevano notare molto dal camminatore distratto, occorreva fermarsi accanto a loro e chinarsi un poco per coglierne la bellezza ed il delicato profumo di vaniglia e di cioccolato.
Esse, che si alzano appena, modeste e brune, vicino alle bellissime margherite delle montagne ed alle distese azzurre di miosotidi, possedevano poi un  potere fa­tidico nell'intreccio delle radici, così si credeva tra gli gnomi, che avessero la facoltà di far conoscere l’avvenire, a seconda appunto della forma delle radici: concordia o discordia. 
Viscalbus sapeva anche che al rododendro non bastava essere dedicato ai gi­ganti ed agli dei, ed era giusto che una buona parola rendesse più caro quel bel fiore delle montagne, buona parola che allo gnomo non mancava mai.
Il rododendro allora metteva una tinta allegra fra la grigia tinta delle rupi, cosicché era specialmente amato dagli gnomi, perché aveva qualche cosa della loro indomata indi­pendenza. Pareva infatti che si aprisse vicino ai ghiacciai a sfidare la bufera e quando erano cessati i vortici della neve, dopo le guerre tremende fra il vento e le monta­gne, allora aveva il colore più smagliante. Balsamo per pochi procurava invece un miele estremamente gradito agli gnomi, che lo usavo soprattutto per calmarsi, miele pazzo per altri.
Salutò poi le primule, che usava negli infusi per dormire e per curare il raffreddore, nei decotti per i lividi  e per le botte quando gli gnomi cadevano dagli alberi, con foglie e fiori profumava il tè, il vino e la birra, a volte servivano anche per cacciare la malinconia.
Non dimenticava anche quelle tra loro più schive che fiorivano fra le rupi altissime, delle quali di diceva che il diavolo si dilettava nel farle in siti quasi inaccessibili per mettere a rischio la vita della gente alta, che allettata dalla loro bellezza volevano raccoglierle e quasi inevitabilmente precipitavano dalla rupe nei burroni o fra la rapida cor­rente dei torrenti che passavano in mezzo ai massi grigi. Ciò non valeva per gli gnomi che le guardavano da lontano, forse perchè l'anima umana è più avvezza al dolore che alla gioia, le leggende di certi fiori pur gentili e belli che rallegrano la terra, sono assai tristi.
Sulle montagne, ora soffiava un vento  leggero e l’aria era mollemente calda di sole, allo gnomo pareva proprio di sentirsi avvolto da un respiro a tratti lento ma allo stesso tempo poderoso, che sa pevadi resina e fiori, ma soprattutto di timo. 
Una piantina modesta, alta una spanna dai fitti rametti legnosi e contorti, un arbustino a misura di gnomo che dimostrava una spiccata personalità soltanto a sfiorarlo perché dalle foglioline emanava un odore aromatico fra i più intensi ed amabili di tutta la flora montana. 
Era stato senz’altro questo profumo così inconfondibile ad attirare l’attenzione dei primi gnomi erboristi, vennero poi gli alchimisti tra loro e i monaci tra la gente alta a preparare pozioni ed elisir. Il timo era tenuto in gran considerazione dagli abitanti del bosco e da Viscalbus, non erano pochi gli animali feriti o ammalati a quali per guarire aveva fatto mangiare una buona  quantità di foglioline e di fiori di timo, fiducioso nelle proprietà di questa pianta, grazie ad esperienze antichissime, tramandate da gnomo  a gnomo lungo il corso dei secoli, parte della loro  innata sapienza. 
Anzi, era indubbio che l’abitudine della gente alta a servirsi del timo risalisse proprio alle indicazioni di alcuni gnomi. Viscalbus avvertiva un certo appetito, avrebbe certamente gradito un pasto frugale fatto di formaggio di capre che al pascolo avevano mangiato timo e di squisito e aromatico miele di timo, si accontentò di un’insalata di tarassaco e spinacio selvatico.
Sul finir del giorno lo gnomo aveva svolto tutto il suo lavoro, che erbe e fiori fossero frutto del suo attento coltivarli secondo quanto la natura aveva insegnato ai monti o che fossero spontaneamente offerti dalla montagna non faceva differenza, esse erano lì per ogni creatura che con accortezza ne avesse avuto necessità.
Passò un anno, forse qualche giorno di più, forse di meno, ci sono gnomi che calcolano ogni cosa con attenzione, altri che dimenticano il tempo più facilmente finche esso si stufa di braccarli.
“Mastro Viscalibus” domandò Artemisio “abbiamo ancora della bardana quassù? Pare che Whymper abbia prurito e macchie rosse su tutta la faccia, mi manda da te per una lozione…”
“L’abbiamo finita mastro Artemisio a causa delle punture di calabroni la scorsa settimana, tuttavia me ne procurerò a sufficienza per una buona lozione entro sera.” Ciò detto partì con sacchi e sacchetti sulle spalle e in mano per far scorta di erbe sul cammino e procurarsi la bardana.
Scese in basso, verso la valle, raggiungendo un piccolo pianoro attraversato dal placido torrente. Scendendo vide sulle montagne i fiori gentili delle cicorie selvatiche sembrare innamorarsi dei fiordalisi azzurri che si aprivano fra l'oro dei campi di segale, come vicino alle rupi minacciose o sull'orlo dei burroni, e facevano pro­vare, a chi li guardava, una strana sensazione in mezzo alla solitudine ed alla severità delle montagne perché vedendoli si pensava alle messi che ondeggiavano sulle lontane pianure, quando il vento abbassava le teste rosse dei papaveri e le margherite. Una volta arrivato, seguendo il suo solito percorso che portava alla miglior bardana che crescesse, a suo avviso, in tutta la vallata vide affacciarsi su un lieve declino a lato del torrente, dove prima c’era un pascolo,  un eclettico gruppo di erbe officinali, ordinatamente in fila, coltivate con cura senza dubbio dalla gente alta. Poiché a poche cose, come la curiosità, gli gnomi non sanno resistere si avvicinò per vedere meglio e contare quante e quali erbe vi fossero in quel prodigioso giardino; mentre le riconosceva una per una, agro, erisimo, issopo, calendula, menta, ribes nero…preso dall’osservazione quasi andò a sbattere contro una modesta cassettina di legno con un’iscrizione incisa sul coperchio: “gnomi”. Fu colto da un leggero stupore, benché non sia cosa comune tra gli gnomi lasciarsi stupire o rimanere a bocca aperta, ma non perse tempo e sollevò il coperchio: disposti in tre file ordinate vi erano dei piccoli sacchetti di erbe officinali, nel mezzo uno più grande colmo di arnica montana. Gli gnomi sono creature acute e dalla brillante perspicacia, Viscalbus comprese il perché di quell’omaggio al piccolo popolo delle montagna, riempì con quel che bastava il suoi sacchetti di arnica e bardana e, prima di richiudere con attenzione la cassettina, vi mise dentro un foglietto con la ricetta per fare un portentoso olio di iperico, alla maniera degli gnomi e se ne andò. Si dice che tornasse abitualmente a visitare quel giardino, di tanto in tanto prendeva un pò di erbe dalla cassettina e lasciava ricette per pomate, oli e creme di antica sapienza, fritto della radicata conoscenza che apparteneva alla scienza degli gnomi erboristi delle montagne.
Al villaggio della gente alta invece un pastore, tornato ferito ad una gamba da un sasso in alta montagna anni prima e miracolosamente riuscito a rimettersi in piedi per scendere a valle, aveva venduto le sue bestie e col denaro aveva acquistato un pezzo di terra dove da allora coltivava erbe medicamentose e produceva oli, pomate e lozioni che erano un vero toccasana. 
Di tanto in tanto riempiva una piccola cassettina di legno a bordo del campo con dei sacchettini di erbe. La gente alta diceva che si comportava in modo bizzarro forse per via dello spavento in montagna, ma si sa, ci sono fatti che accadono per non essere creduti.

C’è un libro sempre aperto per tutti gli occhi: la natura.
(Jean-Jacques Rousseau)


Fine


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