1/30/21

31 GENNAIO

 

31 Gennaio


Se feit clier lo dzor de sentor l'ir baille lo tor et dor euncò pe quaranta zor.


Se il giorno di Sant’ Orso il tempo è bello l’Orso gira il suo pagliericcio

 per farlo asciugare e dorme ancora quaranta giorni. 


Di nuovo,  i merli cantavano. Alcuni gnomi erano certi che così facendo avrebbero finito con lo svegliare i ruscelli, ridendo, dai loro sogni invernali.

Si sentivano, ed anche bene, ma faticavano a vederli come se in realtà fossero bianchi, ma tanto bianchi da non poterli distinguere dalla neve e i merli neri non fossero che le loro ombre.

Gennaio ormai non più un fanciullo, né giovane e forte mese strepitante tra le bufere, ma vecchio e zoppicante, cominciava ad essere infastidito dalle ore di luce che lentamente tornavano a riempire i giorni scuri e freddi. 

Era stanco, irritabile e di malumore e certamente il canto dei merli non faceva che peggiorare il suo umore, pareva che cantassero per ricordargli che oramai non faceva più paura a nessuna creatura, sembrava che troppo spavaldamente i merli annunciassero la primavera con insensato anticipo, così, in vista dei  tre giorni che ancora gli restavano, divenne ancora più molesto. Raccolse tutte le sue forze e si fermò, chiamò una tempesta di neve a rendergli omaggio, chiese a venti del nord di dimostrarsi suoi fedeli vassalli, aizzò il gelo furioso contro quel fischiettio di vita che cantava la sua fine. Il ventinove gennaio fece tanto freddo che i merli dovettero smettere di cantare perché il fiato si gelava loro addosso, dovettero chinare il capo sotto le piume nei nidi e non uscirne poiché fuori li aspettavano i morsi del gelo divenuto rabbioso. 

Il trenta faceva ancora più freddo.


continua 

⇩⇩⇩


“Mastro Tza! Mastro Tza!! Mastro Tza!!! Bisogna che ti affretti! L’inverno è offeso, respira rabbia e sputa gelo!  In questa notte fatidica il cielo è scuro, gelido e carico di neve, domani l’orso aprirà un occhio e tornerà subito a dormire, sa bene che con questo freddo non potrà dar aria alla paglia, aspetterà la primavera che non tarderà ad arrivare…Ma ora bisogna che ti affretti per raggiungere la città della gente alta, su presto!”. 

Lo gnomo incitava l’amico con grande energia, Bard era sempre stato allegro e socievole, amava la compagnia e il buon tempo e non pochi affermavano che distribuisse fortuna e vitalità con la sua presenza quando una o più creature entravano in sintonia.

Senza alcun dubbio un buon amico dei piccoli animali del bosco dei quali conosceva i nomi, sapeva che avevano avuto in dono pensieri e una gioia imperturbata che non andava turbata, per Bard privarli della loro gioia sarebbe stato come contrastare un pensiero divino.

“Mastro Bard, non è necessario agitarsi così, scenderò a breve verso la città e laggiù qualcuno, tra i più gentili tra la gente alta, mi darà da bere e mangiare dopo aver bevuto più di me, salterò dentro qualche porta a scaldarmi e domani mi confonderò tra la gente alta alla Foire, non manco un anno da duecentocinquanta, arriverò in tempo anche quest’anno.” rispose Tza all’amico mentre avvolgeva in un panno di iuta il suo fedele fleyé che non mancava mai di portare con sé nei giorni di festa e proseguì:  “Ricordo ancora quando il mio bisnonno mi raccontava dell’incontro con quell’umile uomo, umile e prodigioso, venuto da Erin a vivere in queste valli.  

Possedeva un orticello i cui frutti divideva in tre parti, una per sè, una per i poveri e una per i passeri, curava una piccola vigna, il cui vino, si diceva, aveva la virtù di guarire i malati; questo il bisnonno non lo sapeva, ma di certo ne aveva bevuto. Quel sant’uomo, che ancora oggi fa parlare di sé, diceva il bisnonno, nei due giorni di fine gennaio che stanno seduti sul crinale tra l’oscurità invernale e i primi tiepidi bagliori primaverili, fece un dono ai poveri della gente alta, portò in città dei sabots per tenere asciutti i loro piedi. Se ne andò da questo mondo il primo febbraio e pare allora che la gente alta scelse il giorno prima della sua morte per festeggiarlo con il meglio che sapevano fare.”

“A metà dell’inverno, fra il solstizio d'inverno e l'equinozio di primavera, dunque egli giunge dalle più remote frontiere del tempo e della storia portando con sé un’ antica sacralità fatta di gesti che si sono mantenuti vivi superando lo scorrere del tempo…” aggiunse Bard.

“Esattamente mastro Bard, imbolc, in grembo, come gli agnelli che a breve vedranno la luce, anche per questo non sono mancato ad una sola veillà, calda luce nel buio della fredda notte invernale.”

Detto ciò, Tza prese il fleyé sottobraccio e con grande cordialità si accomiatò dall’amico con un mezzo inchino, Bard ricambiò con con altrettanto entusiasmo e vi aggiunse una giravolta, pareva che l’aria della festa imminente, giù tra la gente alta, avesse raggiunto le dimore delle gnomi e ne avete toccato le corde degli animi, festa antica come tutto ciò che essi erano abili ed esperti a ricordare. 

S’incamminò con passo scattante lungo la traccia del sentiero sepolto dalla neve, il freddo pungente che lo seguiva con il ringhio di  un mastino, ben presto i passi divennero balzi fino a prendere la misteriosa, ma alquanto pratica, andatura degli gnomi, invisibile ai più.

Raggiunse la città sul far del crepuscolo, la gente alta si stava già radunando riempiendo vie e vicoli, il giorno l’aveva seguito e ora, come un pellegrino stanco, andava verso la porta occidentale del cielo per poi chinarsi verso il basso, slacciare i lacci dei suoi scarponi ed uscire, fiacco, dal mondo coricandosi ad occidente lasciando argentee polveri sul manto della notte.

Era il tempo della veglia, della danza, della musica, la sera invocata ed attesa, eccola, scendeva, un’atmosfera secolare avvolgeva la città, ad alcuni portando curiosità, ad altri letizia e, con un lungo mantello trascinato verso oriente, si udiva la dolce notte che camminare. 

La gente alta coglieva quell’attimo di eternità con l’animo in festa, la festa notturna, la musica, la danza, il cibo e il vino.

Come tutti gli anni lo gnomo si mescolava, si nascondeva, saltava, ballava e suonava il fleyé. Seguiva con gli occhi, teneva il ritmo con i piedi, balzava veloce sulle fette di pane, rubava lesto bicchieri di vin brulé, quando poi vedeva gruppetti di gente alta sciamare nei vicoli o  dirigersi nei sotterranei di qualche antico edificio, sapeva che sicuramente stavano andando in qualche crotta a bere, mangiare e fare festa e li seguiva, sazio di formaggio e giocondo per il vino. 

Se poi in qualche cantina si ballava e si suonava, ci si buttava in mezzo, piroettando fuggevole col fleyé tra le gambe dei danzanti, facendo, di tanto in tanto, inciampare qualcuno per poi sbellicarsi col cappello tirato sul volto e le gambe per aria: “Avanti con la danza! Lasciate che la gioia sia sconfinata”- urlava ridendo anche se nessuno lo sentiva poiché la musica copriva la sua piccola voce - “non dormite fino all’alba, inseguite con i piedi danzanti le ore che scappano ad ovest, su con la danza!”.

Il cielo, ancora livido dal freddo, annunciava però un’alba piena di colore. Il mattino presto è solitamente silenzioso, ma solo certi silenzi sono ricchi di complice operosità, la gente alta preparava, fregandosi di tanto in tanto le mani per scaldarle, lungo le vie della città seduta tra monti,  banchetti sui quali esporre opere ed oggetti che dal legno avevano trasformato con le loro mani, arte antica e nobile ben conosciuta e tramandata dagli gnomi.

Quel tempo appena dopo l’alba conteneva più energia di tutte le ore degli altri giorni, Tza lo percepiva dagli sguardi, dalle bevande calde sorseggiate con semplicità, dai gesti accurati: ogni banchetto un regno, della fantasia, dell’abilità, della manualità, dell’esperienza, della tradizione, dell’apprendere, della sapienza antica, delle ore strappate all’inverno con le mani, del sentire, del tramandare, del ricordo. Ogni regno a creare l’impero millenario della Foire.

Tza amava aggirarsi tra i banchetti, la città così ornata gli pareva accogliente e generosa, la gente alta aveva poi  talmente ben appreso l’arte del legno che alcuni di loro eguagliavano i migliori maestri tra gli gnomi, ai mercanti ed ai contadini si erano infatti col tempo aggiunti uomini che del legno avevano fatto un’arte, traghettatori di antiche tradizioni.

Cominciò con slancio e sincera passione la sua visita tra le grolle decorate e le coppe dell'amicizia, i sabot e i sock-pioun. Saliva spedito sugli attrezzi agricoli e quotidiani, rastrelli dai lunghi manici di frassino e dai denti di acero, scale in abete rosso e frassino, botti, posate e taglieri. Si infilava nella vannerie saltando da una gerla alle ceste e in salice con tale disinvoltura e velocità che nessuno se ne accorgeva; per un breve momento schiacciò anche un pisolino ben nascosto sul fondo di una gerla di nocciolo intrecciato e sgranocchiò una noce in uno tsaven. 

Amava confondersi tra i tatà ed i galletti di legno, sedersi sul qualche cornaille tsapoté (intagliati), entrare negli armadi di legno massiccio e prender fiato comodamente seduto tra strati di lana dei drap tessuti sui telai di legno. Rimaneva incantato dai pizzi al tombolo ma non si azzardava a toccarli per riverenza, temendo di rovinarli o sporcarli, accarezzava i tessuti di canapa e restava a bocca aperta davanti alle scene scolpite a bassorilievo sui pannelli di noce.

Tza come suo padre, suo nonno, il suo bisnonno e probabilmente qualche altro antenato non avevano mai smesso di scendere a valle per la Foire nell’arco di poco più di un millennio e si può dare quasi per certo che alcuni gnomi avrebbero continuato a farlo fedeli ad una tradizione di innata curiosità nei confronti della gente alta che abitava le loro valli.

Per quanto riguarda Tza, era uno gnomo degli alti pascoli, quelli che verdeggiavano prima di lasciare il posto ad un mondo di sole rocce e ghiaccio, fin da giovane aveva provato una certa simpatia per la gente alta, si avvicinava agli alpeggi , accompagnava la raccolta della segale, assisteva ai combattimenti delle mucche dai rami dei larici e le vedeva tornare nelle stalle sul far dell’autunno con corone di fiori tra le corna. 

Di carattere per natura amabile e socievole, anche se debitamente guardingo nei confronti di sconosciuti e viandanti troppo rumorosi o pretenziosi, aveva fin da subito deciso che una volta all’anno avrebbe fatto visita alla gente alta, ma non nei prati o nei boschi, bensì in quel pezzo di mondo fatto a modo loro che non aveva perso l’innocenza e l’empatia con ciò che li circondava, e che viveva nello spazio di una notte ed un giorno, a dispetto di un inverno cocciuto. In quel giorno singolare e nella sua veglia quando anche gli gnomi suonano, mangiano, bevono e ballano con gli uomini, anche se forse non ci avete fatto caso oppure li avete visti, sì, ma scolpiti nel legno…

Buona foire!


Fine


©genepio

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Non sarà certo una Fiera di Sant’Orso come le altre, questa 1021ª, ma per non rinunciare almeno a sentire un po’ l’atmosfera della “Millenaria” ma sabato 30 gennaio, dalle 8 alle 18, e domenica 31 gennaio, dalle 9 alle 18, l’evento sarà trasmesso in diretta sul sito web della Fiera, sul canale YouTube della Regione, accessibile anche dal sito istituzionale cliccando sull’icona YouTube), sulla pagina Facebook Fiera di Sant’Orso – Foire de Saint Ours e in televisione su TvVallée, Canale 15 del digitale terrestre. 

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